Sinéad O’Connor. Cantatrice calva di Ionesco, Van Gogh del post-punk

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Sinéad O’Connor. Cantatrice calva di Ionesco, Van Gogh del post-punk

Anime sul palco – Capitolo II. Trilogia sulle performance live di artisti che donano l’anima a chi li ascolta, rapendo a loro volta l’anima del proprio pubblico. La verità urlata dalla cantautrice dall’accento irlandese; l’incompresa onestà della vulnerabilità.

Anime sul palco – Capitolo I: Stevie Nicks. La catarsi sul palco della strega bianca del rock

Sinéad O’Connor: arte, vita e protesta

È impossibile parlare della musica di Sinéad senza parlare della sua personalità, del suo aspetto e della sua esperienza di vita, tutti elementi inscindibili e inestricabilmente ingarbugliati nella sua indecifrabile persona pubblica e nei suoi testi. Al contrario di chi, come Stevie Nicks, proietta sul palco un’immagine accuratamente costruita per convogliare poi delle emozioni genuine, non c’è alcuna premeditazione nel fare di Sinéad: dalla sua prima apparizione sulla copertina dell’acclamato album di debutto, completamente rasata, mossa e urlante, alla sua recente e inaspettata conversione all’Islam, nulla di quest’artista è mai stato prevedibile, men che meno il gesto che ha completamente distrutto la sua carriera, la decisione di strappare in diretta al Saturday Night Live nel 1992 una foto di Papa Giovanni Paolo II, come protesta contro gli abusi sessuali su minori perpetrati da membri della chiesa cattolica all’epoca totalmente insabbiati (gesto che, a posteriori e a fronte delle svariate prove portate a carico dei preti imputati, sarebbe meritevole di scuse da parte di chi l’ha boicottata).

Sinéad O’Connor ritratto bianco e nero

Sinéad O’Connor: emotività e voce

All’inizio del live al Pinkpop Festival, nel 1988, questa piccola donna dai lineamenti delicatissimi si presenta sul palco con un paio di jeans a pinocchietto, una canottiera grigia, Doc Martens e un inspiegabile pagliaccetto per infanti appeso alla cintura. Per il resto, solo lei, la chitarra acustica e un microfono troppo alto che raggiunge salendo sulle punte dei piedi.

La versione registrata della canzone che si accinge a presentare, Troy, è già un capolavoro. Inizia in maniera peculiare, con lunghe note leggermente funeste e un’aria di vago presagio, portate dagli archi. “Dublino durante un temporale, [e noi] seduti nell’erba alta in estate, [che cercavamo] di tenerci caldi”: tre versi e l’intera canzone è già un mood, abbiamo già l’idea di dove la storia andrà a finire. Ispirata alla poesia No Second Troy di W.B. Yeats, il brano racconta il crepacuore di una storia finita male (molto male), fondendo insieme dolore, fragilità, orgoglio e tanta, tanta rabbia, in quel calderone emotivo e melodrammatico che è tipico del coming of age e del primo amore.

L’instabilità emotiva di questo amore è perfettamente mimata non solo attraverso il testo ma anche tramite la performance vocale nella versione live, in cui gli archi sono eliminati per lasciare spazio solo alla sua chitarra e alla sua voce, una voce che da sola è l’intera orchestra: passa da un estremo all’altro, tiene a lungo note senza alcun vibrato, poi gorgheggia, salta dal registro di petto a quello di testa, mormora parole di tenerezza e subito dopo si fa urlante cacciatrice di draghi immolata per amore (I love you / God, I love you! / I’d kill a dragon for you, / I’d die) e prima che possiamo capacitarci del cambio di intensità si altera di nuovo, sussurrando questa volta con fare minaccioso (but I will rise / and I will return) per poi far tuonare nuovamente la voce (the phoenix from the flame / I have learnt), sempre più arrabbiata nei confronti del suo ex amore.

Un puro esercizio vocale di oltre sei minuti in cui Sinéad perde totalmente il proprio controllo emotivo ma mai quello vocale, che mantiene fino all’ultimo, rivelatorio e colorito verso, ripetuto tre volte, un ruggito rivolto ancora una volta al suo immaginario interlocutore più che alla platea.

Performance live: da Troy a Jackie

Lo stesso controllo lirico e la stessa particolare gestione dei cambi di intensità della voce (imprevedibili, inaspettati, a tratti persino apparentemente stonati ma in realtà sempre utilizzati a dovere) vengono mantenuti anche nel live di Jackie, la prima track dell’album di debutto, in cui l’artista racconta in prima persona di una donna che ha perso il marito in mare. Con una semplicissima base ritmica fornita dalla chitarra elettrica anziché dalla batteria, Sinéad attacca con una voce sottile, che sembra arrivare da lontano.

E da lontano davvero arriva, perché impariamo pochi versi dopo che la donna che parla è morta da vent’anni e bagna le rive con le sue lacrime spettrali, ignorando i compagni marinai che le dicono di dimenticare il suo amore perduto. “Vi sbagliate tutti“, ammonisce Sinéad con potenza indignata e una freddezza quasi metallica nella voce, “il mio uomo conosce questo mare come il palmo della sua mano, tornerà un giorno, ridendo di voi”. Ma la sua voce si intristisce quando ammette che ha “aspettato per tutto questo tempo che il [suo] uomo tornasse e [le] prendesse la mano, portando[la] via verso spiagge mai viste”. Allora l’artista si trasforma in banshee, in llorona, la sua voce che come sempre gioca con le intensità ci fa capire che la donna si è persa nelle sue convinzioni, e vagherà per sempre per i mari irlandesi piangendo e ululando, cercando il suo Jackie.

La voce della cantante si sdoppia, suona quasi prodigiosa nel suo impeto tetro, mentre Sinéad stessa interpreta sia la donna della canzone sia la prefica (o, per essere più accurati, la bean chaointe) che annuncia la morte di lei e del marito, pur nella promessa che continueranno ad infestare i mari finché non si saranno ritrovati, lanciando un inquietante grido finale con improvviso cambio di registro vocale.

Sinéad O’Connor: il prezzo dell’onestà. Da War di Bob Marley al Saturday Night Live

Tono completamente diverso – ma non meno potente – ha l’esibizione che ha decretato la fine della sua popolarità. All’inizio della performance, Sinéad è evidentemente tesa, ma in controllo. Inizia una versione a cappella di War di Bob Marley, il cui testo è direttamente preso dal discorso dell’imperatore etiope Hailé Selassié alle Nazioni Unite nel 1963, un’esortazione alla ricerca dell’uguaglianza tra razze e popoli e una pace duratura tra le nazioni.

Al momento dei versi “e finché gli ignobili e tristi regimi / che mantengono i nostri fratelli in Angola / in Mozambico / ed in Sudafrica / in una schiavitù sub-umana / non siano stati rovesciati / e completamente distrutti, / ovunque è guerra”, la cantante cambia le parole in “e finché l’ignobile e triste regime / che fa subire a noi tutti / abusi sui bambini, / schiavitù sub-umana, / non sia stato rovesciato / e completamente distrutto, / ovunque è guerra”. Procede fino al termine del brano, e ai versi finali “abbiamo fiducia / nella vittoria / del bene / sul male” accompagna la parola “male” da una foto di Papa Giovanni Paolo II, che tiene in favore di camera per qualche secondo, con le mani tremanti, prima di strapparla in otto pezzi e gettarla sul palco, concludendo con un “combattete il vero nemico”. Il pubblico rimane completamente ammutolito.

In questo episodio, Sinéad getta al pubblico la propria anima, spezzata da anni di abusi fisici da parte di sua madre e provata da più di un anno di reclusione, adolescente, presso una delle cosiddette “lavanderie della Maddalena”, degli istituti di ricovero – ma di fatto di violenze e di sfruttamento della manodopera minorile – per ragazze presumibilmente problematiche, sparsi in tutta Irlanda e gestiti dalla chiesa cattolica (oggetto, peraltro, dello splendido film Magdalene Sisters di Peter Mullan).

Quest’anima infranta, donata con coraggio a un pubblico muto, le viene restituita a brandelli due settimane dopo la controversa performance al Saturday Night Live, quando Sinéad è invitata a cantare al tributo per i trent’anni di carriera di Bob Dylan, al Madison Square Garden. Al termine di oltre due minuti di fischi, Sinéad rinuncia a cantare I Believe in You, come da scaletta, e ferma con un gesto spazientito la band che aveva cercato per ben due volte di iniziare a suonare nel vano tentativo di coprire i fischi. Dopo essere stata esortata a continuare dal cantante Kris Kristofferson (che le dice di “non lasciare che quei bastardi la buttino giù”), si strappa gli auricolari dalle orecchie e ricomincia War a cappella, perdendo questa volta il controllo delle corde vocali ma rimanendo tenacemente aggrappata alla propria rabbia ed onestà intellettuale, come un vessillo.

Con voce prossima al pianto e spezzata dalla collera, senza fiato ma ancora con potenza canta la sua versione di War, terminando con uno sguardo di sprezzo e sdegno nei confronti dell’uditorio e andandosene a testa alta, con eleganza e aria di sfida. Subito dopo, una telecamera impietosa la inquadra nuovamente mentre piange tra le braccia di Kristofferson, che cerca di consolarla mentre lei cerca di trattenere i conati di vomito.

Sinéad O’Connor: il valore della vulnerabilità da proteggere

Sinéad canta e vive in modo libero e aperto, senza filtri, senza finzioni, denudandosi e mostrando senza paura la propria fragilità, facendone anzi una bandiera, rivivendo tutte le emozioni di una vita ad ogni esibizione sul palco, davanti ad un pubblico che non necessariamente la capisce: artista nella sua quintessenza, divorata dall’ansia di condividere il proprio sentire, non di farlo comprendere – ché quello è lavoro dell’uditorio, non del virtuoso – e pur tuttavia ferita dalla solitudine della non accettazione. Un’anima che vive nel momento del proscenio e mai oltre, perché in qualsiasi altro posto non sarebbe a suo agio, finendo poi per non essere felice nemmeno lì.

Cantautrice di straordinaria agilità, cantatrice calva di Ionesco, Van Gogh del post-punk, fantasma infestato ed ossessionante dall’accento irlandese, Sinéad rimarrà una delle voci più incomprese dei nostri tempi, ma d’altronde, per dirla con le sue parole, “tutti se ne vanno e vivono la propria vita di nascosto, rimanendo ciechi”.

Sinéad O’Connor Kevin Cummins, New Musical Express 29 ottobre 1988
© Kevin Cummins, New Musical Express 29 ottobre 1988
Sinéad O’Connor street photo

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