Stevie Nicks. La catarsi sul palco della strega bianca del rock

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Stevie Nicks. La catarsi sul palco della strega bianca del rock

Anime sul palco – Capitolo I. Trilogia sulle performance live di artisti che donano l’anima a chi li ascolta, rapendo a loro volta l’anima del proprio pubblico. Un omaggio ai riti celtici della luna di un’icona del rock.

“Un silenzio intenso quando entra nella stanza”, come suggeriscono le parole d’apertura della canzone. Sotto una luce viola che la illumina, Stevie Nicks batte in modo cadenzato e ipnotico un cowbell, a tempo con la batteria. La base ritmica è una marcia, veloce e ripetitiva, movimentata solo in seguito dal basso cupo e cattivissimo di John McVie. Stevie non si muove, come quasi sempre all’inizio delle sue interpretazioni. Ha i capelli ricci e spiritati che spuntano da sotto un velo nero calato sulla testa, come una strega dell’immaginario medievale, gli occhi sono acquosi e lucidi. Porta le mani a nascondere il viso dietro al microfono, per aumentare visivamente il riverbero degli ululati tipici della sua produzione, come quelli delle cyhyraeth dei miti celtici che spesso reinterpreta nei suoi testi.

Stevie Nicks,”Sisters of the Moon”. Live Performance, Tusk Tour ’79/’80

La canzone parla di una donna, “scura in cima alle scale, più silenziosa di una vedova nera e con lune nere negli occhi”, che invoca e chiede a chi si ferma ad ascoltarla di diventare “sorelle della luna”. Si segue la donna “non per amore, né per denaro”. La canzone è scritta in prima persona, come se Stevie, l’autrice, fosse l’ascoltatore cui la donna scura si rivolge, sebbene la descrizione di costei, avvolta in velluti e vestaglie con lo strascico, corrisponda già a lei. Il personaggio della donna è ambiguo, com’è tipico dei Gemelli segno di Stevie, è misterioso ma chiede di essere avvicinato, pur non lasciando davvero avvicinare nessuno: il testo prosegue, nella versione dell’album, chiedendo provocatoriamente “qualcuno sa davvero il suo nome?”.

In questa versione live, Stevie cambia repentinamente queste parole con “qualcuno sa davvero il mio nome?”, esplicitando quello che era sottinteso fin dall’inizio: lei stessa è la donna scura, che chiede al suo pubblico di diventare fratelli e sorelle della luna – nome infatti adottato dai suoi ammiratori, all’uscita dell’album Tusk che contiene il pezzo, per descrivere la tribù di Stevie, il culto della voce di “Nostra Signora della Montagna”. La calma con cui comincia non è altro che il “silenzio intenso” dell’inizio di Sisters of the Moon, la calma e la quiete che si richiedono a chiunque stia pregando o assistendo a un sacramento.

Stevie Nicks: rituali rock-stregonici

Nella tradizione della stregoneria sono di cruciale importanza le gestualità e l’utilizzo delle cosiddette segnature, gesti uniti solitamente ad una nenia, una preghiera per ottenere l’effetto desiderato, sia esso una guarigione, una catarsi o un sortilegio ammaliante su chi si ha di fronte. Non possiamo non ricordarci questo, quando durante il secondo bridge vediamo Stevie che inizia piano piano, in modo sommesso, a muovere le mani sotto il velo nero, chiedendo con i gesti al pubblico di tenersi pronto per il crescendo finale, e ancora di più quando al momento dell’ultima domanda “sarete mie sorelle della luna?” tira indietro la mano, caricandola, per poi alzarla in alto all’unisono con il raptus di chitarra elettrica, provocando una standing ovation, con un pubblico letteralmente ai suoi piedi che tiene nel palmo della sua mano tesa e che muove al ritmo dei suoi gorgheggi. Poi cammina sul palco con i palmi rivolti verso l’alto, come si sta in chiesa durante il Padre Nostro, mentre si bea della folla con uno sguardo sicuro ed incantevole.

La strega bianca del rock guarda con affetto gli adepti della sua chiesa, giunge le mani al viso e sussurra benedizioni all’uditorio, lontana dal microfono. Punta un dito verso la platea cantilenando per tre volte tre, legge occulta della reciprocità, “it’s you, it’s you, it’s you”, “siete voi [le mie sorelle della luna]”.

Stevie Nicks e Lindsey Buckingham. I Fleetwood Mac.

Durante la stessa canzone, ma nell’esibizione di tre anni dopo, più sofferta e con la voce più rauca dopo anni di vocal shred, l’incantesimo viene momentaneamente rotto alla fine della seconda strofa da Lindsey Buckingham (con il quale ha un’intensa relazione on-off da anni), che le dà un piccolo calcio su una gamba, offendendola e facendola andare via dal palco per un paio di versi che è lui stesso costretto poi a cantare. Stevie decide di non abbandonare il rituale a metà, e rientra probabilmente ancora più offesa dal fatto che Lindsey l’abbia sostituita. Rientra come una fattucchiera, camminando quasi accovacciata, illuminata come una presenza spettrale solo da una luce blu che viene dall’alto; si muove a scatti, convulsamente, battendo il suo cowbell.

Tremando nel corpo ma non nella voce, riprende a cantare il secondo bridge, ammonendo l’uditorio contro quelli che ti sono vicini per poi rivelarsi i più crudeli, esortando il pubblico a dire di no ai falsi profeti che chiedono di essere fratelli e sorelle della luna e arrabbiandosi sempre di più, tuonando note, arrivando infine ad un parossismo emozionale in cui non controlla più le proprie parole, aggredisce il microfono e vomita suoni incomprensibili, pratica di chi entra in uno stato di trance emotiva e spirituale che in inglese si indica con l’intraducibile espressione speaking in tongues, rammentante il biblico parlare le diverse lingue di Babilonia e la possessione degli spiriti. Infine abbandona violentemente il microfono e volteggia sul palco, travolta dal trasporto mistico della musica, piangendo fino alla fine del brano.
Il palco si fa buio, mentre si inchina a mani giunte in segno di ringraziamento/preghiera al pubblico, e conclude la performance.

Come si è visto, ciò che è tipico delle interpretazioni dei primi anni di carriera di Stevie Nicks è il crescendo: la sua presenza sul palco è dapprima concentrata e poco invasiva (spesso, come detto, è addirittura ferma, nascosta dentro i suoi scialli come se volesse proteggersi dal mondo esterno), e così rimane fino ad arrivare in genere al termine della canzone, in cui si lascia andare in una coinvolgente esplosione di forza vocale ed emotiva. Alcune di queste interpretazioni arrivano ad un livello di trascendenza ulteriore, in cui la performer (definirla cantante a volte è riduttivo) crea un incantesimo collettivo sfruttando le energie del proprio pubblico, che le permette di portare a termine un vero e proprio rituale rock.

Stevie Nicks e la sua Rhiannon: strega e regina

La prova fortuitamente registrata prima di un live in televisione inizia con una Stevie compita, con le mani dietro alla schiena come i bimbi dello Zecchino d’Oro, che avvicinandosi al microfono annuncia che il brano che va per cantare è “una canzone su un’antica strega gallese”. Il soggetto in questione è Rhiannon, una donna che è in parte regina e in parte strega, rimanenza di divinità dell’utopica mitologia del matriarcato (un po’ come Circe, per tenere a mente una figura a noi più familiare), personaggio leggendario della mitografia del Mabinogion, il testo fondante del folklore gallese. Come divinità è associata alla dea gallo-romana Epona, figura psicopompa che accompagna con i propri cavalli i defunti all’aldilà. Nella versione di Stevie (scritta per caso ispirandosi ad un romanzo prima di sapere alcunché del testo gallese originale e azzeccandone magicamente tutti gli attributi, come ad esempio l’associazione con gli uccelli e il regno dei morti), Rhiannon “trilla come una campana nella notte, regna sulla propria vita come un’allodola in volo nel cielo senza stelle”, è “una donna presa dal vento” come la Marinella di De André, “è come un gatto nel buio, poi è il buio stesso”.

Per tutta la durata delle strofe la performance potrebbe essere una come tante, una di quelle a cui non si fa caso più di tanto, se non per la bellezza della cantante e la sempre geniale espressione stralunata di Mick Fleetwood alla batteria, fino al momento in cui il pezzo di tastiera di Christine McVie e il classico piroettare di Stevie non ci indicano che sta arrivando qualcosa di speciale. La cantante emerge giravoltando da una nuvola di chiffon, gli occhi che brilluccicano solo parzialmente nascosti dalla frangetta bionda e dalla chioma spettinata. Con voce calda ci ricorda che “i sogni si dissolvono, l’amore è uno stato di coscienza”. Sorride mentre ripete un paio di volte “You know? I know”, come se sapesse cosa sta per travolgere l’ascoltatore. Continua a cantare gli stessi due versi come un mantra, poi allarga le braccia, che si trasformano in ali nere, e invoca Rhiannon. “Prendimi come il vento, adesso, portami in cielo!”, e assale il microfono, continuando a ripetere variazioni delle medesime liriche, ancora una volta come una preghiera.

La voce si fa sempre più roca, più aggressiva, inizia quel vocal shred che è tipico delle sue prime performance e che le ha, nel corso degli anni, distrutto la voce. Batte i piedi a terra, ha le mani tra i capelli ed è piena possessione demoniaca: non è più Stevie Nicks, è lo spirito di Rhiannon a cantare attraverso di lei, così potente che ogni volta che si pensa che la performance si avvii alla conclusione invece continua in una climax estenuante, reiterando “Portami con te in cielo, [e tu] continua a sognare, sciocco sognatore, continua a provare, non puoi lasciarla [Rhiannon]”. Scuote la testa, agita le braccia come una tarantolata, riduce a brandelli le proprie corde vocali, sfianca polmoni e diaframma e infine si lascia andare a un urlo graffiato, sporcato, liberatore, in quella che può solo essere definita catarsi.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

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