Loving Vincent: un capolavoro che celebra un genio, Van Gogh

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Loving Vincent: un capolavoro che celebra un genio, Van Gogh

Il primo film interamente dipinto a mano, su tela, omaggia alla vita tormentata di un Outsider che voleva essere una Celebrità. La pubblicazione delle lettere al fratello Theo lo consacra alla storia.“Voglio che la gente dica delle mie opere: sente profondamente, sente con tenerezza“.

Chi era Vincent van Gogh

Considerato un folle, un martire dell’arte, per certi perfino un fannullone. 
Dietro a una personalità indubbiamente complessa e segnata da reali disturbi psichici si cela una profonda sofferenza e la difficoltà ad adattarsi al suo tempo e al mondo; disagi sfociati poi in un’immensa solitudine.

Quello che è fuori da ogni dubbio e parere personale è lo straordinario, innato talento di un uomo che, in soli otto anni (ha iniziato a dipingere intorno ai 30 anni), è passato dall’essere un principiante a diventare un artista eccezionale.
Durante la sua breve vita, e ancor più breve vita da artista, non ha mai avuto riconoscimenti come pittore: delle sue 800 opere prodotte, solo una è stata venduta.

Il successo è arrivato molti anni dopo, grazie a Johanna Bonger, la cosiddetta vedova Van Gogh, moglie del fratello Theo che, nel 1914, ha pubblicato le centinaia di lettere che i due si sono scambiati con assoluta regolarità, diventando poi lei stessa promotrice delle opere di Vincent, condividendo con l’umanità quell’ereditato tesoro nascosto.

Van Gogh in “Loving Vincent”

Noi scegliamo di celebrare questa straordinaria e complessa personalità attraverso “Loving Vincent”, il primo magnifico lungometraggio dipinto su tela, scritto e diretto da Dorota Kobiela & Hugh Welchman.
Grazie ad un lavoro durato anni, un team di oltre 100 artisti ha elaborato e riprodotto più di 65.000 dipinti ad olio, secondo lo stile e la tecnica di Van Gogh, tra i quali riconosciamo 94 opere complete e 31 rappresentate parzialmente.
Il risultato: una straordinaria esperienza visiva nata dalla perfetta e armoniosa miscela di arte e tecnologia.

Il Trailer del film “Loving Vincent”

Le sembianze dei personaggi del lungometraggio si ispirano a volti noti del mondo del cinema e ad alcuni dipinti realizzati da Van Gogh.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

L’intento della produzione è quello di raccontare al meglio la storia del pittore, impossibile da condividere se non attraverso le sue opere, che qui prendono vita.
Ispirandosi a una delle sue ultime lettere in cui scriveva “Non possiamo che parlare con i nostri dipinti”.

È proprio da una lettera non ancora recapitata
che inizia questa storia

Ci troviamo in Francia nell’estate del 1891. È passato un anno dalla morte di Van Gogh.

Il postino Joseph Roulin si ritrova in mano una lettera, scritta da Van Gogh per il fratello Theo, e, dubbioso sulle dinamiche della sua morte, sente la necessità e il dovere di consegnarla.

Joseph è spinto dall’amicizia che lo legava al pittore, nata dal rapporto di fiducia, e direi anche ossessione, per le numerosissime lettere che Vincent scriveva al fratello Theo e che il postino si occupava di recapitare.
Affida il compito di andare a Parigi e consegnarla a mano al giovane e inconcludente figlio Armand.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

A malincuore e pieno di imbarazzo per l’amicizia che lega il padre a “quello strambo pittore straniero che si è tagliato un orecchio ed è stato rinchiuso in manicomio”, si avvia verso la capitale francese per portare a termine il compito affidatogli dal padre.
Presto però scopre che anche il fratello Theo è morto, pochi mesi dopo Vincent.
Si ritrova dunque con in mano una lettera scritta da un morto indirizzata a un altro morto.
La storia potrebbe concludersi qui, in modo fallimentare; è proprio qui invece che ha inizio.

Armand assume i panni di un investigatore, e anche in lui iniziano ad insinuarsi dubbi sulla dipartita di Van Gogh. Inizia così un viaggio attraverso i luoghi e le persone che vissero le ultime settimane di vita insieme a Vincent, restituendoci la magia di quelle pesanti e riconoscibili pennellate, che nascondono la fragilità prima dell’essere umano, poi del pittore.
Sotto la forma di un giallo, ripercorriamo la vita di Van Gogh, le cui file della trama sono rette dalla domanda: Com’è morto realmente Van Gogh, suicidio o omicidio?

La ricerca lo conduce dal commerciante di colori Perè Tanguy, nel villaggio di Auvers-sur-Oise e alla locanda dei Ravoux, dove Vincent soggiornò le ultime settimane della sua vita e dove morì il 29 Luglio 1890, a causa della ferita all’addome provocata da un proiettile.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

Perché quell’uomo che era stato dimesso dall’ospedale psichiatrico e che solo sei settimane prima dichiarava di sentirsi di nuovo sereno (come testimoniano le sue lettere), avrebbe dovuto scegliere di togliersi la vita?

La trama ci porta ad una prima e scontrosa conoscenza con Louise Chevalier, la domestica del dottore che sembra aver tenuto da parte per tutti quei mesi una profonda cattiveria verso Vincent, e che ora è pronta a liberarla.

Ci imbattiamo poi in Paul Gachet, il medico che lo aveva in cura; figura ambigua nella vicenda così come ambiguo era il suo rapporto con l’artista, che andava al di là del medico-paziente. Da un lato Vincent lo considerava come il suo terzo fratello, dall’altro Paul provava una profonda invidia per il genio e talento innato presente in Van Gogh, talento che, per quanto il medico si cimentasse a coltivare, copiando le opere del pittore, era destinato a rimanere sempre dentro il cerchio fallimentare dell’artista mancato.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

L’attenzione investigativa di Armand si concentra poi su due donne:
Adeline Ravoux, la figlia dei proprietari della locanda, che svelerà forse la parte più intima e umana dell’uomo tormentato ma dall’animo puro e nobile.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

Marguerite Gachet, la figlia del dottore, poco incline a parlare e che, tra bugie e mezze verità, nasconde un rapporto molto più intimo con il pittore, confermato anche dalla testimonianza del Barcaiolo, che pesca lungo le rive del fiume, dove spesso Van Gogh trascorreva le sue giornate.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

Com’è morto realmente Van Gogh, suicidio o omicidio?

Armand lentamente scopre che Vincent era oggetto di scherni e maltrattamenti da parte di alcuni ragazzini del posto che si aggiravano nei campi, travestiti da cowboy, con tanto di pistola e troppo alcool in corpo. Tra questi balordi emerge in particolar modo la figura di René Secretan.

Da qui l’ipotesi che la morte di Vincent non si sia trattata di un suicidio, ma di un omicidio accidentale; ipotesi che si rifà alle teorie di due scrittori americani, Steven Naifeh e Gregory White Smith, studiosi della vita di Van Gogh, che hanno provato a sfatare il mito del suicido, avvalendosi anche dell’analisi dei testi scritti dallo stesso pittore e dalle incongruenze delle testimonianze.

© Loving Vincent diretto da Dorota Kobiela e Hugh Welchman

“Loving Vincent”: un capolavoro che celebra un genio

Il giallo che ruota attorno alla morte di Van Gogh nel film, così come nella realtà, non è stato risolto.
Loving Vincent” ci regala tuttavia un viaggio che ci porta tra i luoghi frequentati dall’artista, entrati nell’immaginario comune grazie ai suoi celebri dipinti.

Riusciamo così ad immergerci completamente nel famoso campo di grano, ad emozionarci nel momento in cui i corvi si alzano in volo e a sognare ad occhi aperti sotto il notturno cielo stellato più famoso di sempre.

Certo è che rimane un po’ di amaro in bocca pensando che la celebrità, che tanto desiderava mentre era in vita, sia arrivata solo dopo la sua morte, senza che quindi avesse la possibilità di godersela.

O forse, se la sua vita fosse andata diversamente, non sarebbe mai arrivata?

Sono considerazioni alle quali non possiamo chiaramente dare delle risposte. Sarebbe però bello, e anche giusto, immaginare che almeno parte delle emozioni che continua a regalare a chiunque si avvicini alle sue opere, possano in qualche modo tornare indietro sotto una qualsiasi forma di riconoscenza.

«Voglio che la gente dica delle mie opere: “sente profondamente, sente con tenerezza.»
Vincent van Gogh

L’abbiamo detto, Vincent

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