“Saudade” tra Dante e Spleen, la parola più traducibile del mondo

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“Saudade” tra Dante e Spleen, la parola più traducibile del mondo

Se esistesse un Olimpo delle parole, la saudade si aggiudicherebbe un posto tra le eccellenze linguistiche. Se esiste una sublimità nel mondo dei vocaboli, di sicuro queste sette lettere si aggiudicano un premio; è non perché compongono un termine che va di moda, ma perché saudade è una parola che racchiude una vita.


E la vita è un’esperienza magnifica, ma anche dannatamente complicata e strana, e allora se una parola sola, riesce a contenere anche solo una parte di questa complessità, si aggiudica un premio.

portoghese [sawˈdadɨ]
portoghese brasiliano [sawˈdadʒi]

“Le parole sono importanti, chi parla male, pensa male, vive male” diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. Una frase che è diventata il manifesto di un privilegio che abbiamo, spesso, dimenticato di avere. Il patrimonio lessicale italiano comprende tra le 215.000 e le 270.000 unità di parole, apparentemente però ne manca una.
Pare che la saudade sia la parola portoghese più intraducibile nel mondo. In realtà, se esiste una parola riconoscibile, per me è proprio la saudade. 

Saudade: etimologia, storia e significati

L’etimologia della parola deriva dal portoghese soledade e sua volta dal latino solitas, con il medesimo significato di solitudine. La saudade di fatto non ha un significato netto, ma è una parola contenitore, serve cioè a contenere tutta una serie di sensazioni, dalla malinconia o dolore per l’assenza di qualcuno, alla nostalgia più dolce per un paese, ma anche la solitudine esistenziale, il male di vivere. Addirittura, arriva ad esprimere il sentimento di mancanza per qualcosa che non è mai avvenuto.
Se fossimo in una seduta terapeutica e dovessimo capire le ragioni delle nostre azioni o delle parole che usiamo per descrivere la nostra vita, dovremmo probabilmente sdraiarci iniziare a fare la conta dei nostri traumi. E così, per capire da dove nasce la saudade, dovremmo fare la conta delle vicissitudini del popolo portoghese.

Eduardo Lourenço, filosofo e saggista portoghese, in “O labirinto da saudade”, pubblicato nel 1972, ha delineato il profilo storico della popolazione portoghese come costellato di traumi.
Tra i secoli tra i secoli IX e XI ci furono la serie di guerre con i musulmani per la riconquista dei territori iberici, poi quelle per l’indipendenza del Portogallo e della Galizia dalla Spagna. Poi nel 1578 con la sconfitta nella battaglia di Alcácer Quibir il Portogallo torna a fare parte del regno di Spagna. Infine il terzo trauma è rappresentato dalla perdita dell’impero coloniale nel 1975.
Eduardo Lourenço descrive il profilo psicologico del Portogallo come un “estado de intrínse- ca fragilidade”, nell’intrinseca fragilità del Portogallo, la saudade, si colloca perfettamente tra la nostalgia del tempo perduto e la speranza di quello che potrebbe venire.

Lourenço ha detto che “la Saudade è qualcosa di più di tutto questo: quasi una categoria dello spirito che non si trova altrove”. 

© Edward Hopper _ Sole in una Stanza Vuota


Antonio Tabucchi, grande conoscitore di letteratura portoghese, in una bellissima lettera indirizzata a Remo Ceserani, provando a spiegarne all’amico il significato della parola, scrive:

“In italiano la saudade viene generalmente tradotta con nostalgia. Parola inadeguata, ma soprattutto troppo giovane per un termine così antico come la saudade. Semmai, se proprio volessimo andare in direzione nostalgica, meglio tornerebbe all’uopo il desío dantesco, che nello strazio reca una tenera dolcezza, visto che quel desío (a cui l’ora volge) intenerisce il cuore a chi naviga in mari lontani. Ma della parola desío si è perso l’uso. Oggi lo si chiamerebbe struggimento”.

Allargando il punto di vista potremmo dire che la saudade è un concetto speculare allo spleen baudelairiano, un dolore dell’anima che schiaccia e dalla quale non possiamo fuggire.
L’anima di questo concetto è stata adottata soprattutto dalla musica, il fado un genere musicale popolare di fine ottocento sviluppatosi tra le città di Lisbona e Coimbra canta un sentimento di pena per qualcuno che è partito; anche il samba, la bossa nova e lo choro brasiliano o la morna capoverdiana raccontano sentimenti di saudade.
Se però attraversiamo l’atlantico, con il jeitinho brasiliano arriviamo ad un concetto di saudade che sì è sofferenza e malinconia, ma nella quale possiamo trovare una luce di speranza. 

Infatti, Gilberto Gil nella sua canzone Toda Saudade scrive:

Ogni saudade è la presenza dell’assenza / Di qualcuno, un luogo o un qualcosa, infine Come se il buio potesse illuminarsi. / Della stessa assenza di luce / Il chiarore si produce, / Il sole nella solitudine. / Ogni saudade è una capsula trasparente / Che sigilla e nel contempo offre la visione / Di ciò che non si può vedere / Che si è lasciato dietro di sé / Ma che si conserva nel proprio cuore.

La saudade non è per niente una parola misteriosa. È qui, con noi, ci attanaglia tutti prima o poi.
Sappiamo benissimo come tradurla. Dunque a noi la saudade serve. Non è una parolina intraducibile qualunque, è una intera costellazione sentimentale. Ci serve identificarla, tradurla, ognuno nella propria lingua-dialetto. Ci serve per non sotterrare le emozioni dolorose sotto un tappeto polveroso, ma accoglierle. 
Che un giorno chissà, forse diventeranno luminose.

Due curiosità:

– Il 30 gennaio il Brasile festeggia la giornata della Saudade, tra letture poetiche, musica e canti
– A Lisbona, vicino al quartiere Alfama c’è Rua Saudade

Ora smetto di scrivere, vado a crogiolarmi nel desío.

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