A Gaia

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Terzo articolo di una mini serie che esplora il Sublime dal punto di vista della meta finale del nostro viaggio. Esiste un punto di arrivo nella nostra ricerca? Lettera di Gaia a Gaia; che vale per tutti noi.

Parte 1 di 3

LUOGHI – Santa Maria Novella, Firenze

Parte 2 di 3

CINEMA – Love, Gasper Noè


Parte 3 di 3

03.03.21 

Ogni tappa presuppone una meta.
Ogni tappa è una goccia nel mare. 

Potrei continuare a individuare tappe su tappe. Potrei parlare per ore di Glastonbury ’94, Liam Gallagher e il falsetto su “you and I are gonna live forever” che ogni volta mi fa venire la pelle d’oca.
Potrei trovare eventi, persone, particolari e andare avanti all’infinito. Potrei davvero non fermarmi mai. 

Nell’immaginario comune tendiamo ad associare il sublime a tutto ciò che è forma. A un’immagine ben precisa che il più delle volte non riusciamo a spiegare, neanche quando sembra essere stampata nella nostra testa in modo così perfettamente lineare.
Per molti sublime è un istante, letteralmente. Quell’istante che vorremmo far durare per sempre, quella sensazione di pace, di cui riusciamo a comprenderne l’essenza, solo dopo averlo vissuto.

Penso però di aver capito che ridurre tutto a un’immagine sia fin troppo semplice. E le cose semplici, purtroppo o per fortuna, non mi sono mai piaciute. 

© Barbara Kunel Gaur, Note to Self, 22974 – 284B

Sublime per me è la consapevolezza. Sapere che tutto ha uno scopo, niente accade per caso. E che tutti quegli eventi, quelle persone e quei particolari erano una mera transizione. Anche quando non ci riesci e non ti sembra di essere tu. 
Quando non riesci più a ridere.
Quando il pensiero di qualcuno che ti aspetta a casa ti spaventa.
Quando vuoi andare lontano, perché la vicinanza fa paura.
Quando non importa tutto ciò che fai, ciò che pensi o ciò che dici.

La verità è che le tappe, gli eventi e le persone riusciranno sempre a condizionare la nostra vita e non lo faranno sempre in modo sublime.
Forse quasi mai.
Tendiamo troppo spesso a focalizzare tutte le nostre energie e le nostre attenzioni su qualcosa che in realtà è instabile e deforme, come se il potere dell’effimero fosse talmente intenso e costante da farci dimenticare tutto il resto. Non pensiamo mai nell’ottica di una meta, un punto di arrivo. 

Perciò sì, penso che non ci sia niente di più dannatamente e unicamente sublime di un punto d’arrivo. Della consapevolezza di essere arrivati dove non avremmo mai pensato di poter arrivare.
La consapevolezza di vivere la propria esistenza sulla base di tutto ciò che è in essere e che, in fondo, siamo noi a definire un punto di arrivo. 

E infine a te, Gaia:
resta così, perché sarai tu l’unica cosa da non perdere. 

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© Manuela Masciadri
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