Magritte tra fumetti e cinema: il reality show del surrealismo

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Magritte tra fumetti e cinema: il reality show del surrealismo

Da Dylan Dog a JoJolion, da Matrix a Essere John Malkovich, fino a The Truman Show. Come diversi linguaggi hanno reso omaggio al sabotatore silenzioso che costringe ogni osservatore a sviluppare la sua propria riflessione ed il suo personale pensiero, diverso da quello di chiunque altro.

Nel nostro primo articolo su René Magritte, ci siamo occupati della sua vocazione al surrealismo, di alcuni illustri e necessari antecedenti, e infine, della ormai leggendaria pipa, capace di smascherare il paradosso tra realtà e rappresentazione.
Procediamo, in medias res, con un percorso visuale attraverso le riprese e le metamorfosi dell’immaginario magrittiano; e veniamo senza indugi ad un’altra famosissima opera: Golconda.

Magritte: introduzione alla Golconda. Storia, analisi e spiegazione della schiera fluttuante di uomini in bombetta e completo nero

René Magritte, Golconde (Golconda), 1953, Olio su tela, 80,7x100,6 cm, Huston, The Menil Collection
René Magritte, Golconde (Golconda), 1953, Olio su tela, 80,7×100,6 cm, Huston, The Menil Collection.


Chiunque osservasse questa straordinaria visione, se provvisto d’un bagaglio di pop culture anni ‘80, non potrebbe che ripensare alla notissima hit: “It’s raining men!”.
A ben vedere, tuttavia, l’euforica canzone delle Weather Girls si colloca in un’orbita alquanto distante dalle atmosfere del quadro magrittiano.

Uno tra i più noti personaggi dell’Universo-Magritte, l’uomo in bombetta, presenza ricorrente in moltissime sue tele, e spesso raffigurato di spalle (cfr: Il vaso di Pandora, La Decalcomania, Il Maestro di scuola ecc.) o con improbabili oggetti davanti al volto (Il figlio dell’uomo, L’uomo con la bombetta), che in genere ne obliterano interamente i tratti, appare qui a viso scoperto, ma moltiplicato e generico, e dunque altrettanto anonimo.
Ancor prima di questa singolare genericità di fattezze e indumenti, che risiede appunto nell’indefinita moltiplicazione
dei soggetti, balza naturalmente all’occhio l’impossibile: la folla degli uomini in bombetta e completo nero è sospesa nel cielo, ciascuno (distanziato dall’altro con precisione innaturale) fluttua nel vuoto in maniera assai composta, quasi colto in un atto d’attesa, galleggiando.

Se differenza c’è, fra l’uno e l’altro, si trova appena in piccoli dettagli dei volti, nelle direzioni dei loro sguardi, nelle mani, in tasca o lungo i fianchi, nelle loro differenti dimensioni, che variano (a seconda della lontananza o vicinanza dall’osservatore) per semplice legge prospettica.
La schiera fluttuante di questi uomini potrebbe essere infinita, o innumerevole come le gocce di pioggia; di coloro che la compongono, potremmo dire che si somiglino come due gocce d’acqua.
Poco meno della metà del dipinto ha come sfondo i geometrici e ripetitivi, quasi modulari, tetti delle case di una tipica città belga.
Il resto è cielo azzurro, reso ancor più inespressivo dalla totale assenza di nuvole.
In questo grado zero dell’espressività, dove la parola chiave è standardizzazione, gli elementi sono dunque solamente tre: il cielo, i tetti delle case, la moltiplicazione di uomini tanto simili da rimare fra loro.
Rimare, perché Golconda è un’opera che ricorre a figure retoriche, e se volessimo, con operazione altrettanto magrittiana, tradurre in parole questo quadro (cfr. Le miroir vivant), produrremmo un testo ricco di rime, assonanze e allitterazioni. E ancora, spingendoci oltre, se volessimo tradurre quest’immagine con un codice numerico, diciamo con il linguaggio dei cult movies di Matrix, avremmo una serie di sequenze numeriche assai spesso ripetute.

Magritte: il significato della Golconda

Ma quale può essere il significato di questa singolarissima e magnetica visione? Sebbene Magritte dissemini, nelle sue dichiarazioni di poetica, più di qualche indizio capace di aiutare lo spettatore, sempre spiazzato di fronte agli enigmi surrealisti della sua arte, è altrettanto vero che il disturbatore silenzioso preferisce porre enigmi piuttosto che risolverli.

Durante una lezione universitaria del 1966, poi raccolta con altre in La Biblioteca Inglese, l’indispensabile Jorge Luis Borges ci ricorda che Giovanni Scoto Eriugena, filosofo mistico e panteista, di origine irlandese, affermava che la Sacra Scrittura possedeva un numero infinito di interpretazioni, come l’iridescente e cangiante piumaggio dei pavoni; aggiunge, Borges, che si deve ad un’intuizione rabbinica l’idea che la Sacra Scrittura sia predestinata per ciascuno dei suoi lettori, cioè a dire che, scritta appositamente per ognuno di questi, possieda un senso
diverso a seconda del mutare di chi la legge.

Tali poetiche considerazioni sull’ermeneutica dei testi sacri, si potrebbero profittevolmente estendere al mondo dell’arte (e forse persino alla realtà tout court). Nel caso specifico, possiamo dire che Magritte preferì mantenere un certo riserbo sul senso dei suoi quadri proprio per consentire analoghe proliferazioni di senso, costringendo l’osservatore, ogni osservatore, a sviluppare la sua propria riflessione ed il suo personale pensiero, diverso da quello di chiunque altro.

Ma che cos’è Golconda? Diverse interpretazioni

Golconda fu un’antica città dell’India, costruita nel XII secolo, un tempo celebre per i suoi giacimenti alluvionali di diamanti, che ne fecero un mercato diamantifero mondiale; divenne pertanto ovunque rinomata per la sua enorme ricchezza.
A questi fasti seguì una fase decadente, e infine, il tracollo: assediata per nove mesi dal Gran Mogol Aurangzeb, cadde per il tradimento di un ufficiale, che aprì un ingresso secondario alle truppe nemiche (1687).
Della gloriosa città oggi non restano che le rovine.

Qual è dunque il rapporto con il nostro quadro?

Golconda era una ricca città indiana, una specie di miracolo. Io ritengo che sia un miracolo poter camminare attraverso il cielo sulla terra.”, aveva detto lo stesso Magritte.

La storia di Golconda è però, come abbiamo visto, affascinante e complessa, e così si presenta il quadro, capace di generare (a seconda dello spettatore?) l’impressione positiva di un miracolo, o quella disforica di un incubo, o, ancora, il deragliare o il degenerare della prima nella seconda.
Per trovarne la chiave, dobbiamo guardare alla florida città del passato, o alla città un tempo libera e poi caduta sotto la tirannia del Mogol?
Questi uomini impassibili raffigurati nel quadro hanno raggiunto l’imperturbabilità filosofica e una serafica autarchia, o devono la loro inespressività all’omologazione borghese che li tiranneggia e sono lontani tra loro per essenziale ed esistenziale solitudine? Levitano verso l’alto o precipitano lentamente nel grigiore quotidiano, incapaci di abitare il cielo a cui erano stati destinati?

David Sylvester, critico d’arte, propenso ad una lettura incubica del quadro, parlò di uomini messi in una posizione che ricordava quella delle pedine degli scacchi, tutt’altro che liberi, tutt’altro che individui, “parti di un modello simile a quello della carta da parati, ripetibile e allungabile all’infinito”.

Questa allucinazione della serializzazione e spersonalizzazione borghesi, naufraga deriva del sogno capitalista, se di questo si tratta, si mostra allo spettatore da un particolare punto di vista: giacché delle case sono infatti visibili soltanto i tetti, non è inverosimile che chi guarda sia, allo stesso modo dei personaggi raffigurati, sospeso nell’aria, anch’esso, forse, pedina dell’infinita scacchiera.
Se state guardando il quadro, portatevi cautamente le mani alla testa, e assicuratevi di non indossare una bombetta.

René Magritte, L’homme au chapeau melon (L’uomo con la bombetta), 1964, Olio su tela, 50×70 cm, New York, A. Carter Pottash Collection
René Magritte, L’homme au chapeau melon (L’uomo con la bombetta), 1964, Olio su tela, 50×70 cm, New York, A. Carter Pottash Collection

La Golconda nei fumetti: da Dylan Dog a Jojolion

Utopia o distopia, sogno o incubo, l’impatto visivo di Golconda permane a tutt’oggi.

Lo incontriamo, in una inedita declinazione, nel numero 41 di Dylan Dog, intitolato appunto Golconda (1990).
Qui un varco apertosi tra l‘Inferno e Londra genererà una serie di situazioni e avventure horror-splatter, stemperate dalla classica ironia che caratterizza questo fumetto.
La storia è scritta da Tiziano Sclavi e illustrata da Luigi Piccatto, mentre si deve la copertina a Claudio Villa.

Claudio Villa, Golconda, copertina per Dylan Dog, n. 41, 1990.
Claudio Villa, Golconda, copertina per Dylan Dog, n. 41, 1990.

La stessa Golconda è riproposta, con variazione sul tema, nel 2014, nella versione di Angelo Steno, per il frontespizio del fumetto: Dylan Dog, Groucho e alcuni mostri dei classici horror sostituiscono gli uomini in bombetta, moltiplicandosi e mescolandosi fra loro, mentre galleggiano sullo sfondo di case belghe e d’un livido cielo senza nubi.

Angelo Steno, Spazio Profondo, frontespizio per Dylan Dog, 2014.
Angelo Steno, Spazio Profondo, frontespizio per Dylan Dog, 2014.

Analogamente, il nipponico Hirohiko Araki crea il suo omaggia a Golconda nella copertina del 23esimo volume (marzo 2021) di Jojolion, l’ottava serie del suo singolarissimo manga.

Hirohiko Araki, copertina per Jojolion n. 23, 2021.
Hirohiko Araki, copertina per Jojolion n. 23, 2021.

I ferventi disneyani ricorderanno invece senz’altro la pioggia dei pippidi, in una ironica scena in cui il cielo si affolla d’un Pippo moltiplicato, nerovestito e munito di bombetta.
Questa ed altre citazioni e parodie (come ad esempio La Signora delle Lucine, alias L’Impero delle Luci) si ritrovano in Gambadilegno Falsario Surrealista.
Il racconto, scritto da Roberto Gagnor e illustrato da Stefano Zanchi, uscì su Topolino nel 2017, in occasione del 50 anniversario dalla morte di Magritte, qui trasfigurato in Renè Topritte e impersonato, naturalmente, proprio da Topolino.

La Golconda sul piccolo schermo

Abbiamo dunque prodigato sufficienti Golconde?
Abbandonando il mondo del fumetto, aggiungiamo che è stata notata la ripresa dei magrittiani uomini in bombetta nella serie tv “Fringe”.

Fotogramma tratto da Fringe: Michael Cerveris interpreta Settembre, uno degli Osservatori.
Fotogramma tratto da Fringe: Michael Cerveris interpreta Settembre, uno degli Osservatori.

Qui compaiono dei bizzarri personaggi, detti “gli Osservatori”, che ne recano, nell’aspetto, alcune caratteristiche. Umani venuti da un futuro possibile, gli Osservatori (Observers) sono 12, ciascuno reca il nome di un mese dell’anno e sono giunti nella nostra epoca con il compito di osservarne, appunto, gli eventi salienti; quasi uguali fra loro, con volti glabri e inespressivi, indossano tutti un completo e un borsalino scuri.

Piogge antropomorfe in giacca e bombetta ci hanno accompagnati attraverso il moltiplicarsi di caleidoscopiche Golconda sulle copertine dei fumetti.
Cambiato il medium con Fringe, spostiamoci, allora, dalla serie televisiva al cinema; e dalla Golconda originale di Magritte, passiamo ad un altro suo quadro, che potrebbe sembrare, rispetto a quest’ultima, il suo “dopo il diluvio”.

Se infatti, all’indomani di una cospicua pioggia di uomini in bombetta, ci ritrovassimo a guardare dal finestrone di una spoglia stanza, ciò che vedremmo è la scena che Magritte ci propone in Le mois de vendanges, Il mese della vendemmia, dipinto nel 1959, sei anni dopo Golconda.
Questa tela di notevoli dimensioni (127,6 x 160 cm), battuta all’asta da Christie’s lo scorso anno per 13,8 milioni di dollari, è uno tra i quattro più grandi quadri di Magritte rimasti in mani private.

René Magritte, Le mois de vendanges (Il mese della vendemmia), 1959, Olio su tela, 127,6 x 160 cm, Collezione privata.
René Magritte, Le mois de vendanges (Il mese della vendemmia), 1959, Olio su tela, 127,6 x 160 cm, Collezione privata.

Magritte: Il mese della vendemmia. Analisi, spiegazione e interpretazione

Come in Golconda, ma questa volta in modo più evidente ed esplicito, il dipinto include lo spettatore ed entra in rapporto con lui.
Osservandolo, siamo appunto introiettati in una stanza buia, disadorna e vuota, che si apre su di una finestra al di là della quale ritornano, ridondanti e innumeri, i golcondiani in bombetta.
Quasi identici, cravatta, cappotto e cappello, le facce inespressive come uniformi, si assiepano a perdita d’occhio, nascondendo ogni cosa eccetto il cielo, questa volta riempito da una cremosa nuvolaglia.
Si tratta di un quadro di notevole importanza per Magritte, che a tale proposito scriveva:

“Le mie ‘altre immagini’ sono abbastanza interessanti o affascinanti, ma al momento questa è quella che meglio ci ricorda quanto possa essere strana la realtà, se si ha un ‘senso della realtà’.”

Rispetto a Golconda, la moltiplicazione e serializzazione dell’uomo si fa qui più angosciante e claustrofobica: tra l’uno e l’altro non v’è spazio e un potenziale infinito di sguardi vacui ci rifissa, creando un che di disturbante e misterioso.
Il dipinto ci reclama e ci ingloba: minando la realtà della rappresentazione, la folla in bombetta minaccia anche la realtà di chi è chiamato a farne parte.
Ancora una volta è messa in discussione la capacità dell’uomo di comprendere entrambe.
Lo spazio pittorico della stanza non ci invita ad entrare: siamo già dentro, mesmerizzati dalla folla che sta oltre la finestra.
Un primo e ipotetico titolo ideato dall’autore, ci conferma la nostra importanza nel gioco del dipinto: “L’Osservatore” (certo non possiamo, a questo punto, che ripensare al già citato Fringe).
Si tratta di noi, o di quella che Magritte chiamò ”l’unità dell’uomo”, che ci guarda da fuori?
Si insinua il dubbio che gli osservatori all’esterno possano contaminare quello all’interno; ancora una volta, dunque: che cosa ci salverà dall’indossare una bombetta?

Al contempo, come rileva Mary-Ann Caws, esperta di surrealismo,

“Il loro sguardo, rivolto al nostro, e tanto più terribile per essere una moltiplicazione dello stesso sguardo, blocca la nostra visione e ci rende prigionieri della stanza, negandoci anche il più ordinario dei paesaggi”.

Questa funzione ostruttiva della folla, ci riporta ad una concezione latamente platonica, parente non troppo lontana del mito della caverna, per cui il mondo che vediamo non è che un’apparenza fatta di ombre ed illusioni che ci distolgono dalla realtà.

La scelta finale del titolo, Il mese della vendemmia, allude alla somiglianza della folla compressa di uomini in bombetta con gli acini di un grappolo d’uva. L’anomalia pittorica di quest’uva umana, con la sua asfittica moltiplicazione, darà i suoi frutti anche nel mondo del cinema.

fogramma tratto da Fringe: due degli Osservatori.
Fotogramma tratto da Fringe: due degli Osservatori.

Magritte sul grande schermo: Matrix e Matrix Reloaded

Torniamo per un attimo al platonismo: secondo la filosofia platonica, viviamo in un mondo apparente e la stessa realtà che abbiamo di fronte agli occhi è solo una vana apparenza, atta a distoglierci e sottrarci dalla Verità.
Ebbene: benvenuti in Matrix!

In questa già citata trilogia, a cui un quarto episodio si è da poco aggiunto, si può notare come un impianto platonico abbastanza scoperto trovi la sua splendida declinazione fantascientifica.
Surrealismo e Platonismo sono notoriamente diversi tra loro, ma abbiamo visto come nella speculazione di Magritte essi si intreccino profondamente.

Fotogramma tratto da The Matrix, di Andy e Larry Wachowski: Keanu Reeves interpreta Neo, 1999.
Fotogramma tratto da The Matrix, di Andy e Larry Wachowski: Keanu Reeves interpreta Neo, 1999.

Nel primo e inarrivabile Matrix della serie si ammiccava al cinema surrealista di Dalì e Buñuel, quando l’agente Smith (Hugo Wallace Weaving), durante un interrogatorio a Neo (Keanu Reeves) gli cancellava la bocca, proprio come l’attore Pierre Batchef, protagonista maschile di Un Chien Andalou, perdeva la sua in una scena dell’ormai storico cortometraggio.


La ripresa di Magritte, altrettanto inequivocabile, avviene invece nel secondo film: Matrix Reloaded.
Qui lo stesso cattivissimo agente Smith, acquisita la capacità di moltiplicarsi, ingaggia una memorabile battaglia contro Neo, che si ritrova accerchiato dalla sempre crescente moltitudine dei suoi cloni.

La scena è tanto iconica da divenire un poster, di cui Il mese della vendemmia costituisce certamente l’archetipo.

The Matrix Reloaded, di Andy e Larry Wachowski, poster del film, 2003.
The Matrix Reloaded, di Andy e Larry Wachowski, poster del film, 2003.

Magritte sul grande schermo: Essere John Malkovich

Altro capolavoro del cinema, questa volta di genere diverso, ma che sempre pone importanti interrogativi sull’identità dell’uomo nella società contemporanea, è Essere John Malkovich, per la regia di Spike Jonze. Vi si racconta la grottesca vicenda di una porta che conduce chi vi entra direttamente nella testa di John Malkovich (interpretato da se stesso).

Questo passaggio cambierà la vita di Craig (John Cusack), un aspirante burattinaio che ne fa la scoperta, Lotte (Cameron Diaz), sua moglie, la cinica Maxine (Catherine Keener), oggetto del desiderio di entrambi e, naturalmente, dello stesso Malkovich.

In un susseguirsi di eventi bizzarri, Maxine e Craig cercano di monetizzare il singolare portale, offrendo a chiunque, per 200 dollari, la possibilità di essere John Malkovich. Questo espediente e la stupefacente scena in cui, con una sorta di mise en abyme, Malkovich penetra nel tunnel che conduce a se stesso, hanno prodotto la splendida locandina del film.

Essere John Malkovich, di Spike Jonze, poster del film, 1999.
Essere John Malkovich, di Spike Jonze, poster del film, 1999.

Magritte sul grande schermo: The Truman Show!

V’è poi un altro film che ci parla di realtà e rappresentazione di essa; questa volta non si tratta del topos della vita come sogno (sogno artificialmente indotto dalle macchine) come in Matrix, ma piuttosto di un altro tema altrettanto fortunato e consolidato: quello della vita come teatro, modernamente declinato in chiave di reality show!

Lo spunto voyeuristico presente in modo grottesco-fantastico in Essere John Malkovich (1999) era già, seppur con tutt’altra atmosfera, nel film di cui stiamo per parlare, che lo precede di un anno.

Che cosa accadrebbe se scoprissimo che la nostra intera vita non è altro che una messinscena filmata 24h/24?
Se tutte le persone intorno a noi seguissero un copione di cui noi stessi siamo gli unici attori involontari e inconsapevoli?
Si tratta, naturalmente, di The Truman Show!

Fotogramma tratto da The Truman Show, di Peter Weir: Jim Carrey interpreta Truman, 1998.
Fotogramma tratto da The Truman Show, di Peter Weir: Jim Carrey interpreta Truman, 1998.

Ed ecco che, nelle scene finali, compare un riferimento al nostro Magritte; questa volta, abbandonate le schiere golcondiane, lo spunto rifonde assieme più suggesioni e diversi quadri.



“[…] il mutamento di materia di certi oggetti: un cielo di legno, per esempio”; così aveva detto Magritte, parlando dei suoi espedienti pittorici “per costringere gli oggetti a divenire infine sensazionali”.

Il magrittiano cielo azzurro riempito di nuvole, di legno o meno, è una presenza così tanto ricorrente nella sua produzione da divenire altrettanto tipica dell’uomo in bombetta.

Fotogramma tratto da The Truman Show, di Peter Weir: Jim Carrey interpreta Truman, 1998.
Fotogramma tratto da The Truman Show, di Peter Weir: Jim Carrey interpreta Truman, 1998.

Il nostro modo di vedere le cose, di leggere e interpretare la realtà e la vita, è continuamente arricchito dalle voci dei grandi artisti che incontriamo sul nostro cammino.

Nel suo La Decadenza della Menzogna, Oscar Wilde apponeva agli impressionisti il merito di aver inventato la nebbia, giacché con i loro dipinti avevano consacrato nella sensibilità artistica collettiva un fenomeno naturale prima del tutto trascurato.

Quanto a me, quando sento alzarsi il vento, non posso non pensare alla “voce di silenzio sottile”, o di “brezza sottile” che nel testo biblico è teofania per il profeta Elia, e ancor più, all’altrettanto pregnante rumore del vento nel grande cinema di Federico Fellini.

Con un po’ di conoscenza della pittura di Magritte, tutti potremmo scoprire numerosi cieli magrittiani anche al di fuori dalle pinacoteche.
Ebbene, contro un cielo di legno decisamente magrittiano sbatterà la piccola barca a vela di Truman, che giunge, a fine pellicola, alla cruciale scelta attraverso una scala, anch’essa dipinta di cielo, che lo conduce alla porta per il mondo reale.
Reale? Se non altro, fuori dagli Studios.

René Magritte, Architecture au clair de lune (Architettura al chiaro di luna), 1956, Olio su tela, 65 x 50 cm, Collezione privata (?)
René Magritte, Architecture au clair de lune (Architettura al chiaro di luna), 1956, Olio su tela, 65 x 50 cm, Collezione privata (?)

Architettura al Chiaro di Luna si assembla qui, nella scena del film, a quei quadri magrittiani in cui il cielo si fonde ad elementi costruiti dalla mano dell’uomo; un esempio calzante è Le Beau Monde, dove il cielo con le nubi compare in chiave eminentemente teatrale quale fondale di un palcoscenico, o L’Embellie, che potrebbe benissimo essere il panorama che Truman si lascerà alle spalle, imboccando finalmente la porta d’uscita.

René Magritte, Le beau monde (Il bel mondo), 1962, Olio su tela, 100 x 81 cm, Collezione privata.
René Magritte, Le beau monde (Il bel mondo), 1962, Olio su tela, 100 x 81 cm, Collezione privata.
René Magritte, L’Embellie (Il miglioramento), 1962, Olio su tela, 32,6 x 25,9 cm, Collezione privata (?)
René Magritte, L’Embellie (Il miglioramento), 1962, Olio su tela, 32,6 x 25,9 cm, Collezione privata (?)

Giunti a questo punto, a noi non resta che constatare, una volta di più, che il sabotatore silenzioso ci circonda, ha ancora molto da dire, e continua a far parlare di sé.

Fotogramma tratto da The Truman Show, di Peter Weir: Jim Carrey interpreta Truman, 1998.
Fotogramma tratto da The Truman Show, di Peter Weir: Jim Carrey interpreta Truman, 1998.

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