La mia visione del Sublime

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La mia visione del Sublime

“I lifted her head, she looked at me and said hold me darling, just a little while”

10 ottobre. Ore 15.46. 

Non sarà un lunghissimo e smielato resoconto su questa giornata, tantomeno una stupida dichiarazione d’amore. Sappiamo che non ne sarei capace. Non so neanche io cosa voglio che sia, ma ormai non so nemmeno più se cambierà.

Ricordo la pioggia che cadeva lieve, come se ogni momento di quel giorno dovesse in qualche modo essere scandito, istante dopo istante. Ricordo anche la tua auto rossa. Il rumore del finestrino destro, che ancora evidentemente non ti sei degnato di riparare. Il posacenere e i mozziconi delle sigarette, le mie, che non hai mai buttato via. Non parliamo: inizialmente non lo facciamo mai. Ma poi accendi la radio e magicamente quella canzone dei Pearl Jam che ci piace così tanto inizia a suonare. Sorridi e io a malapena riesco a sostenere il tuo sguardo, perché in fondo sappiamo che quel sorriso, ogni singola volta, è più eloquente di ogni parola che possiamo sforzarci a dire.

Probabilmente ti ho amato e non me ne sono neanche accorta. Uso il passato, perché sai più di me che il presente è così dannatamente complicato. Probabilmente ti ho amato. Moltissimo. Ma preferisco forse rimanere con il beneficio del dubbio; perché trovare una risposta sarebbe come rompere questa sublime e dolce magia che sembra legarci, ogni volta in modo così indissolubile. 

Oggi ascolto quella canzone dei Pearl Jam e non ti negherò che ogni tanto sento ancora i brividi. Gli attimi si ripercorrono veloci nella mia mente, incessanti come una di quelle lunghe sequenze di Muybridge. La mia mente spazia, il mio corpo rivive. Improvvisamente con il pensiero sono di nuovo nella tua stanza, nel tuo letto. Mi baci, ti alzi per mettere un vinile. Ti avvicini all’armadio e mi chiedi se sei più bello con la camicia gialla o con quella nera.

Con il pensiero sono di nuovo nella tua stanza. Con le mie gambe sotto le lenzuola che sfiorano le tue e io che ti abbraccio, perché è l’unico modo in cui non parli nel sonno.

Forse sarai sempre il dolce ricordo di quel pomeriggio di ottobre. Le tapparelle abbassate, il rumore della pioggia che fa eco dentro la stanza. Ti guardo e vorrei solo dirti che rimarrò qui con te, almeno per stavolta.

Ma sono già le 12.04 e il treno sta per partire.

“I held her close, I kissed her our last kiss I found the love, that I knew I had missed” 

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© Manuela Masciadri
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