Giuliana Matarrese: di moda, scrittura e relazioni

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Giuliana Matarrese: di moda, scrittura e relazioni

Giornalista di moda – per L’Officiel Italia, Eccetera, Il Messaggero, Cap 74024, Style Magazine Italia e Dust Magazine – alla quale l’abito in sé non interessa e che, per parlare di moda, racconta di Antonioni, degli Afterhours, delle muse di Yves Saint Laurent e di come McQueen abbia interpretato la violenta relazione tra uomo e macchine nella Collezione del 1999.

Foto copertina: Yves Saint Laurent e Loulou de la Falaise a cena con la modella Betty Catroux e il marito, l’interior designer François Catroux, nel 1970. © Jack Nisberg/Roger-Viollet/The Image Works.

Se Giuliana Matarrese dovesse descrivere la propria storia in poche righe, cosa racconterebbe?

Sono nata in Puglia e rinata a Milano, è così che è successo.
Sono nata in un mondo molto distante da quello che è la moda milanese, eppure non si capisce bene per quali dinamiche, mi ci sono sentita sempre molto attratta: ho pensato che sarei stata completa solo quando fossi riuscita ad esercitare quella che era la mia passione, quella di scrivere, in un posto nel quale quel tipo di attività era compresa e non solo.
Non perché in Puglia non venisse compresa, ma perché si era cosi distanti geograficamente e socialmente da quel mondo, che il mio approccio sembrava un pò balzano.
Sarei stata piena solo in quella città ed effettivamente ho avuto ragione.
Da lì ho iniziato a fare la giornalista di moda e a scrivere di tutte le cose che mi appassionavano, di musica, cinema. È quello che continuo a fare ancora oggi.

Il tuo luogo di nascita, in particolare la tua casa, hanno influenzato la tua vita e la tua crescita?

Il luogo nel quale nasci in qualche modo influenza sempre il modo in cui cresci. La mia casa, intesa nello specifico come quattro mura familiari, non so quanto abbia influenzato la mia vita. Sicuramente il luogo geografico, quindi la Puglia degli anni 90, è stato fondamentale nel definire il mio modo di crescere.
Devi immaginarti un mondo assolutamente diverso da quello di oggi, devi immaginarti la provincia, completamente diversa dalla città, e un luogo abbastanza povero di ambizioni e sogni, caratterizzato solo di “solide realtà”, come diceva quel mobiliere. È stato quindi abbastanza difficile tirar fuori le mie ambizioni e dar loro la dignità che meritavano.

Scrivere è sicuramente una delle tue passioni più grandi. Raccontaci come è nata questa urgenza e come ci si sente a viverla. Com’è stato scrivere il primo articolo per Giuliana Matarrese?

Sono una persona molto timida. Non potendo buttar fuori tutto quello che volevo con la voce di fronte a delle altre persone, in qualche modo ho deciso di buttarlo su un foglio e di mettere lì tutto quello che albergava nella mia mente.
Scrivere per me è un esercizio catartico, pulisce l’ansia, dalle cose belle e brutte, da tutto il terremoto che senti dentro e che soprattutto durante l’adolescenza senti assai di più.
Scrivere è sempre stata un’attività anche terapeutica, assolutamente.

Non ricordo quale sia stato il mio primo articolo. Si pensa che diano la penna in mano appena entri in una redazione e ti dicano: “scrivi il pezzo della vita”. Non è così.
Si inizia scrivendo delle piccole didascalie di corredo alle foto dei servizi oppure maxi dida più lunghe ed articolate. Il primo pezzo al massimo sono 500/600 battute in cui scrivi la breve, ovvero la notizia di una collaborazione o di un prodotto che viene lanciato in una specifica occasione da un brand.
Le prime volte sentivo tantissimo la responsabilità di fare tutto alla perfezione, essendo io una perfezionista maniacale. È stato molto bello ma anche pauroso, in qualche modo, perché mi metteva di fronte a quello che pensavo di esser nata per fare ed ero lì che dovevo provare di saperlo fare.

Da cosa trae ispirazione Giuliana Matarrese?

Traggo ispirazione da tutto ciò che non è moda, perché parlar di moda è inutile.
Parlare di borsette o belletti, oppure il discorso degli abiti per gli abiti a me non interessa per nulla, non mi è mai interessato; al contrario, mi interessa inserire la moda in un contesto più ampio, nel quale puoi spiegare il perché scegliamo degli abiti invece di altri, il perché alcune scelte riflettono un periodo storico, o il perché delle scelte politiche.
Traggo quindi ispirazione da tutto ciò che mi circonda, tutte le altre arti che non hanno a che fare con la moda, quindi la musica, la letteratura, il cinema.
Quando voglio raccontare la moda cerco di spaziare anche in altri campi, di modo che possa
appassionare non solo chi sta cercando la borsetta per i prossimi sei mesi, ma magari, ad esempio, anche chi ha visto Antonioni, di moda non ne sa niente e non sa che Antonioni è molto legato alla mitologia Prada.

Qual è il processo creativo per la realizzazione di un tuo articolo?

Prima di tutto studio, approfondisco il brand del quale andrò a parlare, perché voglio e devo conoscere tutto per poi poter capire quali sono le connessioni che posso costruire con le altre arti.
Il mio lavoro è un lavoro di connessione dei puntini: prima mi informo sul materiale disponibile che mi porta l’ufficio stampa, poi parto con le mie ricerche indipendenti. Studio autonomamente partendo dagli spunti che mi ha dato il brand per poi cercare un racconto che sia non solo coerente e piacevole per il brand da leggere, ma che metta in luce delle cose nuove che neanche il brand sapeva.

Come mai hai deciso di scrivere di moda? Cosa rappresenta la moda nella vita di Giuliana Matarrese?

Perché la moda è il raccoglitore e calderone nel quale vanno a confluire la cinematografia, la musica, la pittura: riesce a mettere insieme tutte le cose che mi appassionano e per questo è sempre stata l’unica cosa della quale potevo scrivere.
Non mi interessano i trend dell’ultima stagione, come mi interessava relativamente poco di come e quando fanno i gala le Celebrities perché “who cares”, non è proprio questo il cuore del mio lavoro; anche
perché oggi quel lavoro lì lo fanno gli stylist.
È più interessante sapere come si veste una persona semplice nella vita quotidiana che fa delle scelte, ma le fa da sola, piuttosto che sapere cosa indossa una Celebrity, vestita da una stylist.
L’abito in sé per sé non mi interessa.

Giuliana Matarrese ha un brand preferito?

Domanda esistenziale, non saprei. Probabilmente Saint Laurent perché lo è sempre stato, dalla nascita del brand con Yves Saint Laurent.

Jeanloup Sieff Yves Saint Laurent
© Jeanloup Sieff. Yves Saint Laurent posa per la campagna dei suoi profumi, 1971.

Era un uomo, o meglio un genio e come purtroppo succede a molti di loro, non stava bene a livello psicologico, era malato di depressione e maniacale su certe cose. Amava tremendamente le donne, ne era ossessionato perché probabilmente avrebbe voluto essere loro; da qui si spiega anche il rapporto con le sue due muse: Lou Lou De La Falaise e Betty Catroux, due donne esattamente agli antipodi.

Betty Catroux, Yves Saint Laurent e Loulou de la Falaise.
Betty Catroux, Yves Saint Laurent e Loulou de la Falaise.


Lou Lou De La Falaise era l’epitome della parigina chic di buona famiglia con taglio di capelli corto, delicata, sposata con il figlio di Baltus.

Loulou de la Falaise
Loulou de la Falaise per Yves Saint Laurent.

Betty Catroux era più rock and roll, bionda, androgina e indossava la sahariana.

Betty Catroux
Betty Catroux per Yves Saint Laurent.

Lo stilista si nutriva del rapporto con le sue muse, tipologia di donne agli antipodi e bellissime in maniera diversa.
La sua arte metteva al centro la donna e la voleva bella, sensuale, sofisticata.
Le sue collezioni avevano riferimenti all’arte, ai Ballet russes e agli anni ’40.

Che tipo di rapporto ha Giuliana Matarrese con gli abiti? Se dovessi scegliere, quale sarebbe il tuo vestito preferito, l’abito dietro cui si celano più ricordi?

Pur essendo una giornalista di moda ho un rapporto normale con gli abiti, non ne sono ossessionata, non faccio l’influencer, non mi interessa cambiare abito ogni giorno.
Nel panorama della mia schizofrenia totale, ci son un paio di personalità predominanti, che faccio venir fuori più spesso.
C’è il lato rocker, essendo io cresciuta insieme ad amici ed ex fidanzati musicisti, nel quale predominano biker, dr Martens, t-shirt dei gruppi, mixati poi a dei pezzi assolutamente in contrasto, quindi gonne a quadri tipo quelle che usava anche la nostra carissima Carrie Bradshaw in “Sex and The City”.

Carrie Bradshaw mini gonna scozzese
Frame dalla serie “Sex and the city”, Sarah Jessica Parker interpreta Carrie Bradshaw.

Dall’altra parte, c’è la personalità che guarda più agli anni ’40, all’Anna Magnani di “Roma città aperta” con queste gonne a vita alta bellissime.
I vestiti sono un modo di vestire la mia personalità a seconda della giornata

Il mio abito preferito sembra un vestito per andare a fare un pic nic in Provenza. È un vestito molto lungo, in rosa salmone, con gonna non a balze, lunga fino ai piedi, dal gusto country chic da matrimonio in campagna, tra amici di Milano che si vanno a sposare in Riviera.
L’ho indossato, con grande sprezzo del pericolo, ad un appuntamento galante in un paesino della Ciociaria. Quando passavo, la gente pensava fossi pazza.. forse un po’ lo ero. Però quel coraggio di sentirsi a proprio agio in abiti che magari non c’entrano niente nel luogo nel quale sei, è la forza più bella che ti danno i vestiti: ti corazzano anche contro gli sguardi di chi quella roba lì non la capisce.

Pensi che gli abiti che indossiamo siano in grado di rappresentare il carattere di una persona. ll carattere è rispecchiato dagli abiti che si indossano?

Il mio carattere è rispecchiato dagli abiti che indosso.
Ho un’anima country perché vengo dalla campagna. Mio papà ha una grandissima masseria in Puglia, quindi sono sempre stata abituata ad un abbigliamento che rispecchiasse quel mondo lì, da estate in Puglia, da pizzo Sangallo; poi ho un’anima più rock, che è cresciuta con me al sud.
I vestiti rispecchiano assolutamente il carattere di chi li indossa. So molto bene quali sono i capi che ai miei amici piace indossare conoscendo la loro personalità, senza magari conoscendo il loro armadio, perché gli abiti sono uno specchio di come si è caratterialmente e rivelano la personalità.

I ricordi possono essere riattivati tramite i cinque sensi, ma quale tra i cinque sensi ti evoca più ricordi?

L’olfatto è capace di scatenare le Madeleine più forti.
L’odore di un fiore o di un cibo fa partire il trip dei ricordi, del momento nel quale sei stato in quel posto. C’è la macchia mediterranea, quell’odore particolare di menta rosmarina vicino al mare.
C’è la focaccia di cipolle di mia nonna, che vive in Puglia e che quindi non vedo molto.
Ci sono tante Madeleine olfattive che ti riportano in un luogo nel quale sei stato molto felice o anche molto triste, infatti non è detto che scatenino sempre ricordi piacevoli.

Giuliana Matarrese è anche una grande appassionata di musica. Ti é mai successo che un suono o una canzone evocasse dei ricordi?

Ballata per la mia piccola Iena” nell’album degli Afterhours del 2005, il finale della parte più alta della loro carriera. Erano i pionieri dell’alternative rock d’Italia. Mi ricorda tutto il periodo in cui ho vissuto con il gruppo di miei amici musicisti, infoiati con gli Afterhours. La canzone era in rotazione insieme alle altre che loro suonavano e, appena la sento, mi ricorda di quel periodo della mia vita particolarmente intenso e divertente.

Anche vedere un’immagine può rievocare ricordi. Vuoi raccontarci la tua relazione con un ambiente particolare e come ti fa sentire rivederlo?

Vedere un’immagine o tornare in un luogo dove si è stati particolarmente bene è sempre una cosa che evito. Dicono che bisogna tornare dove si è stati felici, ma io penso sia una cosa sbagliata e pericolosa perché alla fine quando ci torni sei una persona diversa, non sei più quella persona che eri quando ti trovavi lì e forse non hai più quello che in quel momento ti ha reso così felice insieme alla scenografia del posto.
Cerco quindi di non tornar mai nei posti che sono legati a particolari emozioni forti, che possono essere sia belle che brutte. Quel tipo di “trip down memory lane”, viaggio nel passato nostalgico, è molto pericoloso perché scatena una serie di emozioni tristi che io, di natura molto portata alla melanconia, cerco sempre di evitare.

C’è un consiglio che Giuliana Matarrese darebbe ad uno studente che vuole costruire il proprio futuro nel campo della moda?

Consiglio di studiare tutto ciò che non ha a che fare con la moda, o focalizzarsi in maniera ossessiva su degli interessi o inclinazioni che magari abbiamo ma che pensiamo non c’entrino con quest’ambito.
Pensiamo, ad esempio, a persone che sono sempre state nerd del computer e hanno sempre pensato che la moda non avesse nulla a che vedere con loro; pensiamo che oggi c’è il metaverso, la connessione tra le diverse piattaforme.
Molti brand cercando piattaforme diverse dove far passare le loro sfilate, come è successo durante il Covid; Burberry, ad esempio, le ha trasmesse su twitch, piattaforma che di solito si usa per il gaming.
Bisogna sfruttare le proprie inclinazioni, diverse dalla moda, perché sono quelle che ci rendono diversi dagli altri ed è quello che, nel lungo termine, ci rende riconoscibili ed insostituibili.

Cos’è il Sublime per Giuliana Matarrese? E il sublime applicato alla moda?

Il Sublime per me può essere riassunto nella battute finali de “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino.
Il racconto di Jep sul significato della vita, secondo me è uno dei discorsi più sublimi che si siano mai fatti sulla teoria del tutto, è assoluto:
“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco.”

Il Sublime applicato alla moda, per me è rappresentato dalla collezione di Alexander McQueen Spring Summer 1999. Il tema è l’uomo e la violenza delle macchine. Cosa sarebbe successo il designer lo aveva detto 23 anni fa.

Al contrario, cosa pensa Giuliana Matarrese dell’insignificante?

L’insignificante è la mancanza di gusto, che è peggio del cattivo gusto perché, come diceva la meravigliosa ex direttrice di Vogue Diana Vreeland: “Un po’ di cattivo gusto è come un po’ di peperoncino su ogni piatto, ci sta sempre bene; mentre la mancanza totale di gusto, ovvero ciò che non ha sapore, non ha senso di esistere”.
A me sono sempre piaciuti i sapori forti, quindi per me l’insignificante è ciò che è blando e ordinario, è quanto di più lontano possibile da dove voglio stare io.

NOTA DI REDAZIONE:

L’intervista a Giuliana Matarrese è parte del progetto “RELATIONS“, di Valentina De Lisi, in esclusiva per il Sublimista.

RELATIONS è un progetto letterario, fotografico, artistico, sociale, sperimentale, dedito a ricercare il sublime, ma anche il suo contrario, ovvero l’insignificante all’interno delle relazioni tra gli esseri umani.

È una realtà nata per ricercare il sublime all’interno delle relazioni che gli esseri umani stabiliscono con gli ambienti, con gli oggetti del mondo circostante e con la propria memoria. Coinvolge nomi emergenti e non del panorama fotografico, artistico e della moda per riflettere su rapporti appartenenti alla vita quotidiana ma con significati profondi e spesso nascosti.
Racconta i lati più intimi delle persone, analizza le loro opere, condivide i loro luoghi e le loro emozioni, i racconti e i modi di vivere.
Ricerca il sublime applicato alla moda, il sublime che si cela nella memoria dell’abito, nella memoria di un profumo, in un ricordo, in un’opera d’arte e anche il suo esatto contrario.

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