Fabrizio De André. Il cantautore di ribelli e peccatori

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Fabrizio De André. Il cantautore di ribelli e peccatori

Cosa c’è di sublime nella sua musica? Cosa ha cercato di insegnarci l’artista anarchico che celebra la libertà e il valore della vita? Il racconto dell’intellettuale ostinato e contro corrente, e dell’uomo amato per sensibilità e ironia.

«Benedetto Croce diceva che fino ai diciotto anni tutti scrivono poesie. 
Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone:

i poeti e i cretini. 
Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore.»

La vita del cantautore tra ribellione e musica

Fabrizio De André nasce nel 1940 a Genova. La sua Genova.
Giovane ribelle dall’animo inquieto ed estremante sensibile, è essenzialmente uno spirito libero che spesso si scontra con il disappunto della famiglia borghese, in particolare con il padre, che sogna per lui una brillante carriera da avvocato.

Nell’estate del 1960, con Clelia Petracchi, compone la La ballata del Miché, la sua prima canzone, mentre nell’autunno dell’anno successivo firma un contratto con l’etichetta Karim, che pubblica Nuvole barocche | E fu la notte, il suo primo 45 giri.

Il lavoro come direttore amministrativo negli istituti privati del padre gli va stretto, così come quella routine quotidiana da cui si sente soffocare, ed è anche per questi motivi che persegue con costanza la sua vocazione: la carriera artistica.

© Mimmo Dabbrescia

Una carriera baciata dall’esibizione di Mina, che canta al grande pubblico La canzone di Marinella; da quel momento, infatti, è un susseguirsi di successi e riconoscimenti.

Una carriera il cui protagonista è l’artista che si fa collante tra musica, poesia e impegno sociale, con brani che parlano di persone vere, volti a denunciare le ingiustizie e a dare voce agli emarginati e agli umili.

Un artista che è, prima di tutto, un uomo e in quanto tale necessita di essere compreso e sostenuto. Al suo fianco Dori Ghezzi, grande amore della sua vita, e gli amici fraterni come Paolo Villaggio, che gli affibbia il soprannome Faber sia per assonanza al nome sia per la passione per i noti pastelli, e Luigi Tenco per il quale, dopo la tragica dipartita al Festival di Sanremo del 1967, compone Preghiera in gennaio.

Un uomo dalla voce profonda che denuncia le ingiustizie e rivendica la dignità degli ultimi, invitandoci a comportarci con umanità.

Uno stile musicale che richiama la chanson francese e le ballate medievali

De André attinge alle forme più differenti di arte: dalla poesia – autore prediletto Edgar Lee Masters con l’Antologia di Spoon River – alla musica esistenzialista francese, dal folk al blues, senza dimenticare le musica trobadorica.

Re Carlo tornava dalla guerra
Lo accoglie la sua terra
Cingendolo d’allor
Al sol della calda primavera

Lampeggia l’armatura
Del sire vincitor

Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers

Ispirato dagli artisti d’oltreoceano come Bob Dylan e Leonard Cohen, Faber deve il debito più grande al cantautore francese Georges Brassens, conosciuto grazie ai dischi che il padre Giuseppe porta dalla Francia, che influenza notevolmente la sua produzione musicale.
Tra i due, numerosi punti di incontro: non solo le melodie o la metrica, ma soprattutto i messaggi volti a smuovere le coscienze, a far riflettere sul valore della dignità umana.

Gli ultimi: i protagonisti a cui viene restituita la dignità

Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior

Via del Campo

© Guido Harari_ De Andrè e la PFM in tour

Abile con le parole, De André sceglie un linguaggio incisivo ed espressioni poetiche per raccontare qualcosa di mai detto, di mai scritto.
Sceglie di dare voce agli esclusi e agli ultimi, raccontando, con parole nuove e sublimi, le persone vere.

Se tu penserai, se giudicherai
Da buon borghese
Li condannerai a cinquemila anni più le spese.
Ma se capirai, se li cercherai
Fino in fondo
Se non sono gigli son pur sempre figli
Vittime di questo mondo

La città vecchia

protagonisti dei testi di De André, testi caratterizzati da un elevato spessore etico e intellettuale, sono persone comuni non considerate degne di rispetto e accettazione per la loro scelta di vivere in direzione contraria.

Sono le prostitute, descritte con parole nobili in Via del Campo e in Bocca di rosa.

Via del Campo c’è una graziosa
Gli occhi grandi color di foglia

Tutta notte sta sulla soglia
Vende a tutti la stessa rosa

– Via del Campo

Sono i ribelli e i peccatori in generale, come l’assassino che incontra il vecchio pescatore.
Un assassino un po’ insolito perché con due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura
Due occhi innocenti, insomma, che inducono a dubitare che si tratti davvero di un delinquente.

Sono coloro che escono dai binari, minacciando l’ordine costituito, e a cui i benpensanti riservano parole troppo gelate per sciogliersi al sole.

© Guido Harari

Ma chi siamo noi per giudicare?

Si sa che la gente dà buoni consigli
Sentendosi come Gesù nel Tempio
Si sa che la gente dà buoni consigli
Se non può più dare cattivo esempio

Bocca di Rosa

Possiamo davvero essere tanto crudeli da lasciare che, per delle convenzioni socialmente condivise e dell’ingiustificato bigottismo, la misericordia non appartenga a questo mondo?

Intorno a queste figure ruotano grandi temi come quello dell’amore, celebrato nella sua veste autentica e totalizzante, ma soprattutto libera da ogni convenzione sociale, a cui sono indissolubilmente legati i temi del distacco, della malinconia, della morte.
È l’amore che troviamo in testi che sono poesia pura, come La canzone dell’amore perduto o Amore che vieni, amore che vai.
Ma c’è anche l’Amore verso il prossimo, narrato con le parole de Il Pescatore, che si dimostra guardando oltre le apparenze e che si manifesta con l’empatia, la comprensione e la solidarietà.

Gli occhi dischiuse il vecchio al giorno
Non si guardò neppure intorno
Ma versò il vino e spezzò il pane
Per chi diceva ho sete e ho fame

Il pescatore

La ricerca di parole nuove

Ogni canzone è una narrazione musicale fatta di immagini descritte con una cura linguistica sublime.
Nel raccontare le storie dei protagonisti dei suoi brani, De André fonde forme poetiche e linguaggio colloquiale, dando vita a strofe impregnate di umorismo sottile e in cui non trova spazio la retorica, strofe da cui traspare il forte impegno sociale.

In ogni canzone, le parole ricercate sono le vere protagoniste: queste sono il mezzo con cui sceglie di parlarci, usando le note quasi come fossero solamente un supporto.
Parole ricercate che possono essere raffinate, ma anche quotidiane o dialettali; ciò che le accomuna è il fatto di essere scelte in quanto perfette per arrivare alla pancia dell’ascoltatore, zittirlo, farlo riflettere e far sì che si appropri del messaggio. 

Per De André la musica è il veicolo attraverso il quale arrivare alla testa e al cuore di tutti.
La musica è una salvezza.

In una delle ultime interviste prima di lasciare questa terra disse:

«La canzone è una vecchia fidanzata con cui passerei ancora molto volentieri buona parte della mia vita.»

© Guido Harari_ De Andrè e Dori Ghezzi

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