“Melancholia” e le donne di Lars Von Trier

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“Melancholia” e le donne di Lars Von Trier

L’analisi delle emozioni umane dal punto di viste delle tre protagoniste: Justine, Claire e la Natura. Come oscillare tra l’esplosiva gioia di vivere e la profonda e cupa malincolia; al ritmo di Wagner.

Melancholia, l’inizio del film

È così che inizia Melancholia di Lars von Trier, sulle nuance sfumate del lento fraseggio di Tristano e Isotta di Wagner.

I violoncelli. Il gemito di clarinetti, di oboe e i fiati e la nota finale del clarinetto. E poi la pausa.
I violoncelli, i clarinetti, gli oboi e i fiati e la nota finale dell’oboe.
E poi di nuovo la pausa.

I violoncelli, gli oboi, i clarinetti, il corno inglese e la nota finale del flauto.
E poi di nuovo la pausa.
E poi di nuovo i violoncelli, gli oboi, i clarinetti, il corno inglese e i fagotti.
E poi di nuovo la pausa.
E poi di nuovo gli archi, i clarinetti, gli oboi, i flauti e i corni in un turbine crescente di emozione, di pause più brevi e di riprese per una sonorità crescente d’intensità. E poi un ritorno alla stagnante tensione iniziale, in una dolce e inquieta attesa, nonché sintesi del dramma finale.

Melancholia, Justine

Justine è una bomba. È bella da togliere il fiato. È biondissima, pallidissima. Solare. Una forza della natura. Ed è vestita da sposa. È il giorno del suo matrimonio: si è appena sposata con il bellissimo, biondissimo e pallidissimo Michael. Sono proprio belli e felici.
E sono a questa festa stupenda organizzata dalla precisissima e perfettissima sorella maggiore di Justine, Claire.
Ma qualcosa non va. Forse non tutti i pianeti sono allineati, perché il padre di Justine, come sempre, non può smettere di fare lo stronzo. E la madre è sempre la solita passiva-aggressiva. 
E Justine sente qualcosa guastarsi. Ha bisogno di pace, di tranquillità.
Di mettere tutti i tasselli al posto giusto. Ma non ci riesce proprio. E sente questo peso divorarle il petto e la terra intorno a lei sembra volerle indicare la strada giusta da seguire. Sembra dirle: fermati. Smettila di corre.
Fermati. E di nuovo, smettila di correre. 
Fermati. E di nuovo, smettila di correre. 
Fermati. E di nuovo, smettila di correre.

© Melancholia_Lars Von Trier

E il problema è che si ferma, ma lo fa nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, con la persona sbagliata. O forse era il posto giusto, il momento giusto e la persona giusta.
Però quel peso resta lì, costante nel suo petto.
Michael non c’è più.
E lei non riesce ad alzarsi dal letto, non riesce a mangiare.
Non riesce a fare niente.
È solo davvero, davvero stanca.
E poi a un certo punto, inizia a riprendersi e a guardare incessantemente il cielo. Come se fosse in attesa di qualcosa. E proprio alzando gli occhi al cielo durante una passeggiata a cavallo con Claire, si accorge che quella stella rosso fuoco che vedeva splendere il giorno del suo matrimonio, Antares, non c’è più. Si è spenta. 
E forse, con lei, si è spenta anche Justine.

Melancholia, Claire

Claire è una mamma e una moglie. È precisa, è ordinata. È sistemata e realizzata. Ha tutto dalla vita. Un castello come casa. Un marito rassicurante e colto. Un figlio tranquillo e anche simpatico.
E poi ha la sorella minore, Justine, che oscilla tra l’esplosiva gioia di vivere e la profonda e cupa malincolia.

© Melancholia_Lars Von Trier

Claire è il pilastro della famiglia. Anche se non può fare a meno di mostrare le sue debolezze e paure. È un pilastro un po’ traballante ed è sempre il marito a rassicurarla.
Questa volta, a preoccuparla è questo enorme pianeta bluastro che si sta avvicinando alla terra. John, il marito, continua a ripeterle di non temere, che sarà lo spettacolo più bello che le possa capitare di vedere. E continua a fare calcoli per capire la velocità e il momento preciso in cui Melancholia, il pianeta blu, si avvicinerà alla Terra.
Questo pianeta riesce a influenzarla troppo, è convinta che qualcosa andrà storto.
Come può un pianeta dal nome così profondamente cupo, essere una benedizione.
E in realtà succedono cose strane.
I cavalli sono sempre più inquieti.
Nevica in piena estate.
Il cielo ha sfumature assurde.
E tutto corre sempre più velocemente, più di quanto lei riesca a stringere al petto il figlio Leo.

© Melancholia_Lars Von Trier

Justine invece è inspiegabilmente serena.
Imperturbabile.
Inamovibile.
Anche quando si scopre che John ha sbagliato a fare i calcoli. 
Quel pianeta blu, Melancholia, non sarà solo visibile da lontano: si sta per schiantare sulla Terra.
E il sicuro e rassicurante John, decide di affrontare questo dramma da solo, nelle stalle. Con i farmaci che lei, Claire, aveva preso in caso estremo
per tutti.

Melancholia, una questione di tempo e di natura

Lento. Rapido. Lento. Lentissimo. Rapido.
Melancholia è un capolavoro ritmico
La trama e le vicende umane dei protagonisti sembrano muoversi sulle note di Wagner con un tempo che sembra accelerare e fermarsi, fino a quasi stracciarsi, trascinando drammaticamente e inevitabilmente le vite di Claire e Justine sull’orlo del baratro.

Avorio, verde, blu, rosso.
Melancholia è anche un trionfo della natura.
Tutta l’opera è un tripudio di infinitesime sfumature di avorio e giallo, come i campi di grano; di verdi e di blu, quelli dell’interminabile giardino della casa di Claire e del pianeta Melancholia. E poi ci sono quelle note di colore che spezzano l’armocromia. Come il rosso sanguineo di Antares, foriero di morte. Sì, perché in questo film ci sono dei segnali del potere della natura. Una natura che si risveglia e decide di fare quello che vuole, innevando il prato fiorito d’estate, tingendo il cielo di verde, alterando la percezione dello spazio e del tempo.
E vincendo, incontrastata, su qualsiasi cosa. È una natura matrigna, quella di Von Trier.
È crudele, oscura, ingovernabile e macchinosa. 
E, soprattutto, è indifferente a qualsiasi sorta di dolore umano.

Melancholia è sofferenza

Basta guardare la locandina del film per esserne travolti. 
C’è lei, la bellissima Kirsten Dunst, nel suo stupendo abito bianco. Quello che le ragazzine sognano per tutta la vita. È ferma, immobile, e galleggia circondata dalle foglie di ninfee. 

Anche i suoi occhi sono fragili, spenti, vitrei. 
Una fragilità dirompente, che ti travolge e ti trascina a picco.
Un richiamo poco velato a una delle figure più sofferenti del mondo shakespeariano: Ofelia.

John Everett Millais, nel suo dipinto, riesce a cogliere alla perfezione quegli occhi morti che, come quelli di Justine, si fanno carico di un dolore inaudito, di una sofferenza che è follia. Eppure non c’è in nessuna delle due alcuna traccia di pathos o disperazione sul loro volto. Tutte le emozioni sono state portate via da quell’acqua che si fa carico di un unico compito: quello di purificare il loro spirito.

© Jhon Everett Millais_Ofelia

Sull’acqua calma e nera, dove dormono le stelle, come un gran giglio ondeggia la bianca Ofelia, ondeggia lentamente, stesa fra i lunghi veli…- Dalle selve lontane s’odono grida di caccia. Son più di mille anni che la triste Ofelia passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero. Son più di mille anni che la sua dolce follia mormora una romanza alla brezza della sera.

Arthur Rimbaud

E più di tutto, Melancholia è dolore puro. Significato del Film.

Isotta, Ofelia, Justine, Claire.

Diverse nei modi e nel temperamento e divise da secoli o solo da pochi anni ma, nonostante tutto, a unirle c’è molto più del loro tragico destino. C’è molto più di una vita passata alla ricerca di una pace, di una tranquillità che non troveranno mai.
C’è Amore.
C’è Passione.
C’è Paura.
C’è Nostalgia.
C’è Sofferenza.
C’è Melancolia.
C’è questa parola magica, Melancholia, che ha un’origine ancora più antica di Isotta, ancora più antica di Teodolinda e sicuramente più antica di Lavinia. Di Melancholia, ne parla addirittura Omero. È una parola che deriva proprio dal greco. 
Si scrive così: μελαγχολίαÈ composta da due parole: 

μέλας = nero e χολή = bile.

In poche parole significa bile nera. La storia è un po’ più lunga di così ma te la faccio breve, parte dalla teoria degli umori di Ippocrate. In pratica, il medico greco riteneva che l’”umore nero” fosse la causa dell’alterazione dello spirito che diventava cupo e triste.
Una tristezza costante, lacerante, profonda, inaudita e inesprimibile.
Ed è molto più di una semplice astenia.
È dolore. Morte.
Esattamente come quella morte annuncia da Wagner nel Preludio, dipingendo alla perfezione i destini di Tristano e Isotta.

Son forse onde di teneri zeffiri? Son forse onde di voluttuosi vapori? Nel flusso ondeggiante, nell’armonia risonante, nello spirante universo del respiro del mondo, annegare, inabissarmi, senza coscienza, suprema voluttà!”

Canta Isotta sul cadavere del suo Tristano.

E sembra trasfigurare il dolore differente seppur di uguale intensità degli occhi vitrei di Ofelia nell’opera di Millais.
E ci travolge con la dolcezza spaventosa degli occhi fragili di Justine e di quelli piangenti di Claire negli ultimi 50 secondi di Melancholia.

© Melancholia_Lars Von Trier


A Mr. W vanno i ringraziamenti per la consulenza musicale sui 20 minuti più belli di sempre.

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