Edie Sedgwick. Speed, follia e dischi volanti: una biografia americana

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Edie Sedgwick. Speed, follia e dischi volanti: una biografia americana

Era Superstar secondo Andy Warhol, Femme Fatale secondo Lou Reed, Miss Solitudine per Bob Dylan. Per lei Vogue coniò il termine “it girl”. Il mistero dietro le pesanti ciglia finte di una ragazza sensibile e dei suoi 15 minuti di fama.

Edie Sedgwick. La biografia della Superstar di Andy Warhol

Un libro particolare, quello di Jean Stein e George Plimpton su Edie Sedgwick. Una biografia che non è una biografia, di un’attrice che non era un’attrice. Era Superstar secondo Warhol, Femme Fatale secondo Lou Reed, Miss Solitudine per Bob Dylan, per lei Vogue coniò i termini “it girl” e “youthquaker”, su sua ispirazione Betsey Johnson creò collezioni su collezioni.

E allora che libro è, e chi era Edie Sedgwick?

Come ci dice la prefazione dello stesso volume, si tratta di una biografia americana, ossia della “biografia di una certa America, quella dell’underground e della droga come fuoco della giovinezza e della inevitabile distruzione”. Mi spingerei oltre dicendo che si tratta di una minuscola ma pregnante panoramica su una decade incredibilmente densa di avvenimenti per il mondo occidentale, uno spaccato su una generazione – e, ancor più precisamente, una nicchia di questa generazione – così sconvolgente che ha caratterizzato gli anni Sessanta e deviato completamente il modo di fare arte, moda e musica per i successivi quarant’anni.

Edie Sedgwick: un vaso vuoto o un vaso di Pandora?

Edie è un vaso vuoto. Tra le oltre duecentocinquanta persone intervistate per dare vita al libro – un complesso lavoro di ricostruzione cronologica e di dipanamento di fonti spesso contraddittorie, vaghe, inventate – nessuno dice alcuna verità su Edie, nessuno dice alcunché di reale, anzi: pur paradossalmente rimanendo le interviste fermamente ancorate nella realtà cronistica dei fatti e calandosi spesso in dettagli al limite del nauseante quando non del morboso, nessuno può dire di Edie niente che sia più di un aneddoto. Nessuno ne riporta le osservazioni, i ragionamenti, nemmeno la visione di un mondo in grande cambiamento che pure lei stessa ha descritto con concisa chiarezza in un’intervista al The Merv Griffin Show e dalla quale emerge se non intelligenza quantomeno nitidezza di pensiero, oltre ad un innegabile charme che è indiscutibilmente ciò che l’ha resa celebre.

Edie è un vaso vuoto, uno spazio vacuo in cui chiunque l’abbia conosciuta ha potuto inserire le caratteristiche che voleva leggervi, senza verificare che queste corrispondessero o meno a verità, un involucro che ciascuno ha provveduto a riempire con una definizione, calzante quanto limitata, che permette di creare un patchwork di personalità in cui non sappiamo cosa sia proiezione del pensiero di chi l’ha conosciuta e cosa invece sia vero.

Edie al The Merv Griffin Show, nel 1965

La vita di Edie Sedgwick, specchio dell’America degli anni Sessanta

Mentre ero ragazza dell’anno e superstar e tutte quelle stronzate, direi che tutto quello che ho fatto era motivato da fastidi psicologici. Facevo del mio viso una maschera, mi mettevo ciglia gigantesche, come ali di pipistrello, mi tagliavo i capelli e li decoloravo di bianco e argento, qualsiasi cosa negativa mi succedesse mi faceva dare di matto in maniera molto fisica. Ed è stato tutto preso come un trend di moda […]. Giravo spesso con uomini, ero rimasta sconvolta perché due miei fratelli, che amavo molto, si erano suicidati […]. Devo dire che mi è piaciuta la mia introduzione alle droghe, ero un buon target per quell’ambiente e sono fiorita come una sana, giovane tossicodipendente.1

Quello tracciato nel libro è un ritratto superficiale, e profondo, di una personalità che è pura incarnazione dell’America degli anni Sessanta: ostentazione, bellezza, sessualità fine a se stessa, artificio, ricerca e adorazione del falso idolo, plasticata superficie atta a coprire un marasma di problemi e quella che è, sotto il glamour, una vita profondamente squallida. Ciò che è vero di Edie, è vero dell’America dell’epoca.

Edie fotografata con la mano bendata dopo uno degli incendi da lei accidentalmente provocati al Chelsea Hotel, dove risiedeva. L’immagine è probabilmente parte di un servizio fotografico per il Sunday Times Magazine del 17 ottobre 1982

Edie Sedgwick e la Factory: i 15 minuti di fama e i primi “famosi perché famosi”

Edie ha saziato un vuoto. Lei e tutti quelli che facevano parte della Factory sono stati forse i primi ad essere “famosi perché famosi”. Ciò che hanno fatto è riempire un segmento di società che fino ad allora era rimasto vacante: non che ci fosse particolare bisogno di colmare questo spazio, ma ce n’era l’opportunità; sono questi i famigerati “quindici minuti di fama” ai quali ognuno ha diritto secondo Warhol, la fama ottenuta per mera essenza, non per merito, che non può essere destinata a durare a lungo. Edie è arrivata alla fama perché era, non perché faceva: era l’emblema della sua generazione, era la classica appartenente al mondo dell’underground, era una posa continua; non faceva arte, non faceva l’attrice, non faceva la modella.

Quella volta sulla copertina di Vogue

Quando ero con Andy ballavo jazz e balletto due volte al giorno, indossavo la mia calzamaglia e sapevo che non avrei eccitato nessuno, quindi me ne giravo solo con il mio body e quando uscivo per strada aggiungevo un cappotto. Vogue mi fotografò con le calze e una maglietta, come una nuova divisa.2

© Enzo Sellerio, Vogue Magazine Agosto 1965

Edie Sedgwick: Like a Rolling Stone

Edie è un vaso vuoto? O è, al contrario, talmente pieno, come un vaso di Pandora, che per paura di essere aperto ha tenuto tutti a così grande distanza da non permettere a nessuno di vedere altro che la leopardata superficie?

Edie secondo Bob Dylan e Lou Reed

Com’era davvero Edie? Lou Reed ci lascia l’immagine di una persona dagli occhi ingannatori, una spezzacuori, un clown, con tutta l’illusione e la tristezza di questa immagine (She’s going to break your heart in two, it’s true / It’s not hard to realize / Just look into her false colored eyes / She builds you up to just put you down, what a clown – Femme Fatale).

Dylan la ricorda tutta perle e anfetamina, falsa come una donna, fragile come una bambina (Ah, you fake just like a woman, yes you do / You make love just like a woman, yes you do / Then you ache just like a woman / But you break just like a little girl – Just like a woman), incolpa Warhol, il diplomatico sul cavallo cromato di Like a rolling stone, di averle rubato tutto ciò che poteva rubarle (You used to ride on the chrome horse with your diplomat / Who carried on his shoulder a Siamese cat / Ain’t it hard when you discover that / He really wasn’t where it’s at / After he took from you everything he could steal), ma gode della sua caduta – in maniera senza dubbio poetica ma anche decisamente meschina – nella stessa canzone (Once upon a time you dressed so fine / […] Now you don’t talk so loud / Now you don’t seem so proud / About having to be scrounging for your next meal / […] When you ain’t got nothing, you got nothing to lose / You’re invisible now, you got no secrets to conceal / How does it feel / How does it feel / To be on your own / With no direction home / Like a complete unknown / Like a rolling stone?).

Quando Dylan rivela che Edie è ora invisibile, che non ha segreti da nascondere, che non ha niente e non ha niente da perdere, sono le parole di un amante scornato o è perché ha davvero rivelato tutta se stessa e ora non ha più segreti, come se gli unici segreti fossero la sua vacuità e la scintillante facciata? Il libro non risponde a questa domanda: “limitandosi” (le virgolette sono d’obbligo per l’utilizzo di un simile termine per un lavoro che deve aver richiesto anni) a riportare le opinioni di tutti, lascia che il lettore si faccia una sua idea di chi fosse davvero Edie.

Cosa resta dei 28 anni di vita di Edie Sedgwick

Ricevevo un sacco di attenzioni, attenzioni fisiche, da parte di mio padre […] fin da quando avevo più o meno sette anni […]. Ho passato due anni chiusa in ospedale psichiatrico; quando ne uscii avevo vent’anni; incontrai un ragazzo di Harvard, molto attraente, in modo molto Ivy League. Facemmo l’amore […]. Ero incinta. Non ci furono problemi per l’aborto, ero un caso psichiatrico.3

Fotogramma del film Ciao! Manhattan

Alla fine, di lei continuiamo a non sapere nulla, se non che è stata famosa per quindici minuti. Quello che ci resta sono le foto, con gli enormi occhi bistrati, gli orecchini lampadario, la giacca leopardata, le calze da venti denari, il ricordo di ragazza sensibile lasciato da chi l’ha incontrata e le tragiche, profetiche e biascicate registrazioni per il film Ciao! Manhattan, uscito postumo.

Pensano che la vita sia tutta sorrisi, dolcezza e fiori, ma credere che non ci sia un sapore amaro dietro tutto ciò è folle. E quelli che vagabondano e se ne rendono conto, e ancora portano fiori tra i capelli, hanno meritato di portarli, quei fiori tra i capelli.4

Il documentario Girl On Fire

NOTE BIBLIOGRAFICHE

1 Trascrizione letterale parziale dalle registrazioni per Ciao! Manhattan, intera trascrizione in J. Stein, G. Plimpton, Edie – Una biografia americana, Sperling&Kupfer, Milano, 1944, p. 294

2 Trascrizione letterale dalle registrazioni per Ciao! Manhattan

3 Trascrizione letterale parziale dalle registrazioni per Ciao! Manhattan, intera trascrizione in J. Stein, G. Plimpton, Edie – Una biografia americana, Sperling&Kupfer, Milano, 1994, p. 113

4 Trascrizione letterale dalle registrazioni per Ciao! Manhattan

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