Odi et amo: la “sciocchezza” di Catullo nel 2021

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Odi et amo: la “sciocchezza” di Catullo nel 2021

Una nuova e originale interpretazione del significato del testo, passando per Stefano Benni, Liberato (il cantautore anonimo) e il dialetto napoletano: per esaltarne la potenza dei versi che ancora oggi trafigge il cuore.

Odio e Amo

Non ti preoccupare, non è niente. È solo una sciocchezza.
È una sciocchezza raccontata nel cuore di una fresca notte estiva.
Non ci sono stelle in cielo. Non ci sono voci o auto in strada.
Non c’è rumore. C’è silenzio, pace, calma.
Ci sei tu e c’è lei. 

Ci sono queste canzoni quasi uguali di sottofondo che raccontano una storia.
Non è niente, dici tu. È tutto, dice lei.
Potrebbe essere tutto, rispondi tu. E invece sono solo sciocchezze,
risponde lei.
Ma vallo a dire a Catullo che sono solo sciocchezze quelle parole sussurrate al vento.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio; sed fieri sentio et excrucior.

È il Carme 85, il più corto e il più memorabile di tutti quelli composti da Catullo e definiti da lui stesso nugae, delle sciocchezze, delle cose da poco conto. Ovviamente, sciocchezze non sono perché in due versi ci parla di due dei sentimenti più forti di cui potresti scrivere o parlare e lui lo fa straordinariamente bene.
C’è sobrietà linguistica nella poetica di Catullo. 
C’è raffinatezza stilistica e densità concettuale, tutto concentrato in un solo distico elegiaco.

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;
non so, ma è proprio così e mi tormento.

Traduzione di Salvatore Quasimodo

C’è essenzialità epigrammatica. Catullo riesce a rendere con assolutezza espressiva la tensione oppositiva, quel discidium interiore di cui parla e che sente crescere in fondo al suo cuore sempre con maggiore intensità.
No, non stiamo parlando di cose di poco conto.

Odi et amo, parte 1. L’odio

© Amedeo Modigliani_Nudo seduto su un divano

La odia.

La odia dal profondo. Lei, Lesbia, l’ha tradito. Ancora. E ancora. E ancora. 
E lo farà sempre perché è fatta così. Del resto era quell’uccellino che non riusciva a mettere in gabbia, una di quelle che, se fosse vissuta ora, ai nostri giorni, avremmo definito femminista.
Non basta la sua innata bellezza, la sua arguzia, la sua intelligenza
per perdonarla. 
Non questa volta. 
La odia.
Non può farne a meno, la odia. Odia il giorno in cui l’ha incontrata, odia il suo modo di muoversi, di parlare, di ridere. Gli ha letteralmente spezzato il cuore. È una passione in miniatura. Una parola per esprimere un turbinio di risentimento, dolore, amarezza e disperazione.
La odia.
E più di tutto, odia il fatto che non riesce a odiarla.

Odi et amo, parte 2. L’amore

La ama.

È un idiota, ma la ama. Intensamente. E non riesce ad allontanarsi, a smettere di amarla. Ama il suo essere sfacciata, il suo essere ribelle. Ama il suo essere affascinante e proibita e, per questo, ancora più desiderabile. 
La ama.
Ama il giorno in cui l’ha incontrata perché ha finalmente capito cosa significa amare, ama il suo modo di parlare, di ridere. 
La ama.
Ama da impazzire i suoi baci, da cui non riesce mai a staccarsi. E per questo ne vuole ancora. E ancora. E ancora. 
Ne vuole così tanti da stare male.
E ci sta da cane perché non riesce a spiegarsi il perché di quel gesto. 

© Egon Schiele_L’abbraccio

Odi et amo, parte 3. Il dramma

Quare id faciam, fortasse requiris

Perché?

Si chiede la ragione, il motivo per cui debba essere trattato così: usato e poi gettato via.
Perché?
Cosa avrà sbagliato, cosa avrebbe potuto darle di più di quello che le ha dato?
È uno strazio. Una dicotomia di sentimenti di drammatica intensità.
Catullo vive il dramma più intenso del mondo antico ma non ci chiede davvero il perché, non si chiede davvero il perché. È tutta una finzione dialogica, un modo che gli serve per considerare il proprio tumulto interiore dall’esterno, in modo distaccato. 
Perché, dici tu? Non è niente, sono solo sciocchezze.
Ma è impossibile. Come fai a essere distaccato se è di te che stai parlando? No, non è per niente una cosa da poco conto. E non riesce a capire come possa essere così.

Odi et amo, parte 4. Il dubbio

Nescio

Non lo sa.

Non sa il perché di quel gesto. Basta una sola parola per dirlo.
Il problema è che non sa come possa provare sentimenti così contrastanti. Come puoi odiare e amare una persona che sa tutto di te e di cui tu sai tutto? Come puoi odiare e amare una persona che ti ha visto ridere e che tu hai visto piangere? Come puoi odiare quegli attimi che hai amato così tanto solo perché eri con lei.
Non lo sa.
Catullo, il poeta dell’amore, l’uomo dello scandalo, quello che non le manda a dire a nessuno, semplicemente non lo sa. Come può non sapere?
Eppure non lo sa. Ed è proprio la vera verità.

Van Gogh Campo di grano con corvi
© Vincent Van Gogh_Il Campo di grano

Odi et amo, parte 5. La vera verità

Excrucior

Mi tormento

Fa schifo.

Ricordatevelo sempre: fa schifo.

È un verbo declinato al passivo. Sono solo quattro sillabe eppure, in due righe, sono le quattro sillabe più difficili da pronunciare e ti perforano il cuore. Nella lettura metrica ti costringono a sgranare la parola, a disperderla nel tempo, come per farla riecheggiare.
Excrucior.
Fa proprio schifo.
È un’immagine drammatica. È come se Catullo, ridotto all’agonia più lacerante, si sia crocifisso da solo. No, non è vero. È lei che lo ha crocifisso, ma lui non riesce ancora a farsene una ragione e per questo si dilania.
Vedi quant’è difficile quando vuoi parlare di sciocchezze?

Odi et amo, analisi della lingua del testo

Il fatto è che tutte le parole hanno una potenza devastante se pronunciate nel mondo corretto o se vengono dette nel momento giusto e nel modo giusto. 
Catullo ci parla a quasi 2 mila anni di distanza e riesce, ogni volta, a trafiggere il cuore.
È strano come la lingua poi si evolva e ci venga restituita con parole diverse, quasi sbiadite.
Mi tormento” riesci a pronunciarlo, ma “excrucior” non è proprio una cosa da poco, non trovi?
Ed è in queste occasioni che a qualcuno viene un vero e proprio colpo di genio. 
Stefano Benni, per esempio, ha fatto una versione nella lingua più drammatica che possa esistere. 
Il francese? Na.
Il napoletano, ovviamente.

© Camille Pisarro_Boulevard Montmartre di notte

Odi et amo, il senso di una traduzione in napoletano

Odio e amo:
fusse che chiedi
comme faccio?
Nunn ’o ssaccio
ma lo faccio
e mme sent’ ’nu straccio!

Leggere il latino oggi è quasi impossibile. Non lo faresti mai se non costretto. È una lingua davvero morta. Però il napoletano è più che vivo.
E non ti sto parlando di un napoletano che senti di sfuggita in metro o di quello che ti può capitare di ascoltare facendo zapping in TV o ascoltando un audio di un tuo amico conosciuto per caso dieci anni fa magari nel bar dell’università.
No. C’è un napoletano che è colto, ricercato, raffinato.
Mi piace pensare che discenda da una lunga tradizione stilistica che passa dalla Scuola Siciliana di Federico II, che arriva alla corte di Napoli ed esplode. Una poesia vulcanica, ecco.
E sai di cosa parlava quella poesia? D’amore.
Quindi se ora io ti dicessi che c’è questo tipo che canta in napoletano e che parla d’amore e che lo fa come ieri faceva Catullo, tu mi risponderesti:
ma mi stai parlando di un neomelodico?

Odi et amo, Liberato (il cantautore anomino) e una notte di mezza estate

Non proprio. Liberato, questo artista incappucciato di cui non si sa nulla,
è un mago nell’estremizzare le pene d’amore. 
E lo fa con tutto. S’innamora e viene lasciato. E soffre e te lo dice con una precisione stilistica inaudita. È prolisso, certo. Del resto i napoletani non sono famosi per essere sintetici. 
Prova a parlare con me.
S’innamora di questa ragazza bellissima, che lo tradisce per un altro.
E cavolo se la odia. Ma non può fare a meno di chiedersi: perché?
Mi hai incatenato a te, mi hai usato, mi lasci, mi rivuoi, te ne vai con un altro e continui a cercarmi. E io, non posso fare a meno di stare con te.

‘Na notte sola basta pe’ se ‘nnammurà
‘Na vota sola ancora voglio vulà
C”a voce stretta ‘nganna pe’ nun alluccà
‘E luci abbasce ‘o puorto s’hann”a stutà
Stuta chella cosa t’aggia parlà
Honey nun è cosa ‘e se ‘nnammurà’Stu vaso è ‘na catena,

nun me fa penzà
Guardame ‘int’all’uocchie senza parlà.

Co’ l’anima che allucca nun ce ‘a faccio cchiù
‘A colpa ‘e ‘stu turmiento ‘a tieni tu

Cu’ ‘e mmane ‘ngopp’all’uocchie pe’ non te sunnà
‘E luci ‘e ‘stu balcone s’hann”a stutà
Belle’, nenne’, me so’ ‘mbriacato ‘e te
Pecché non pozzo sta’ senza ‘e te
Stu vase è na canzone pe’ te fa turnà
Guardame ‘int’all’uocchie senza parlà
.

In fondo sono tutte sciocchezze, soprattutto quando odi e ami 

Excrucior.
Mi tormento.
Mme sent’ ’nu straccio.
stu turmiento.
Sono sublimazioni della stessa radice.
Lo senti? Senti come la tensione lin­guistica vacilla e crea una nuova sfumatura di significato?
Chi mai avrebbe pensato che potesse esserci una connessione tra cose così diverse eppure così uguali? Catullo e Liberato, in modi diversi, in epoche differenti, ci parlano della stessa identica storia fatta di passione, di amore e di delusione, di odio. 
Ed è intenso, laconico, spaventoso ed è così per tutti. Però loro lo hanno provato, quindi sanno di cosa parlano. Non sono sciocchezze.
Non è una cosa da niente. Tu cosa sai?
Sai che fa paura. E lei lo sa che tu lo sai.
Riproviamoci. Rimandiamo indietro il nastro. 
È una fresca sera estiva. C’è un balcone. C’è pace. 
Ci sei tu e c’è lei. 
Ci sono canzoni uguali di sottofondo che raccontano la storia.
Non è niente, dici tu. È tutto, dice lei.
Potrebbe essere tutto, rispondi tu. E invece sono solo sciocchezze,
risponde lei.
Non sono così convinto che sia proprio così, le dici.
E allora come dovrebbe essere?, ti chiede.
Non so, però potremmo essere noi.
E come fai a saperlo se non l’hai vissuto?


Alle croci che ci portiamo dietro, ai cor’ cu l’arteteca e a cap ‘nseriosa

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