Ode su un’urna greca, l’inno romantico di John Keats

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Ode su un’urna greca, l’inno romantico di John Keats

Un’originale interpretazione dei celebri versi. Dall’ideale greco “καλὸς καὶ ἀγαθός” alla relazione tra tempo, bellezza e verità, fino ai Negrita. È meglio vivere nel silenzio come un’urna o lasciandosi travolgere dalle emozioni? Ai romantici la risposta.

Ode su un’urna greca. Ode al tempo che scorre. E si ferma

È una luce strana quella di questa notte. Filtra appena dalle finestre e siete qui, fermi a parlare. 
Di nuovo. Ma questa volta è un attimo e tutto si ferma, tutto si blocca.
È davvero un attimo. 
C’è la musica di sottofondo. C’è sempre la musica di sottofondo. E lui parla. Parla tanto, forse anche troppo e ti sembra di essere a pochi centimetri da lui, ti sembra quasi di riuscire a toccarlo davvero ma il tempo si è fermato.
Lui si è fermato.
Tu ti sei fermata.
Le parole si sono fermate. 
Ma la musica continua ad andare. È triste e sembra ricoprire tutto con una coltre spessa, una di quelle che preannuncia una tempesta ma che riesce a incatenarti a un luogo sicuro. 
Quasi come se volesse bloccarvi in quell’attimo eterno. 
Quasi come se volesse scolpirvi nella pietra. 
Tu e lui.
E il divano. Le sedie. Il balcone.
Il letto. La scrivania. Il pavimento.
Le sigarette ancora fumanti. Le ultime due dita di vino nella bottiglia. Le briciole delle patatine.
Potrebbe sembrare un quadro, solo che non lo è. Non ci sono colori.
Non c’è profondità.
Sembra quasi un’urna, di quella greche, una di quelle che racconta una storia. Una storia che tu non hai potuto vivere ma che è stata già scritta. Senza parole, solo tramite le immagini.
Però qualcuno ha pensato a qualche parola da scrivere per raccontare questo fermoimmagine.
Lui è John Keats e questa è Ode su un’urna greca.

© Salvator Dalì_La persistenza del tempo

Ode su un’urna greca, l’importanza della lingua e delle parole

Keats è uno dei romantici fighi inglesi, uno di quelli che sarebbe potuto entrare nel club dei 27 ma che è stato così sfigato da non entrarci per un pelo. In Ode su un’urna greca racconta la storia di un’urna che a sua volta racconta una storia e lo fa nella più totale maestria dello stile, con un verso melodico e un linguaggio raffinato, ipnotico, ricco di arcaismi, di assonanze e allitterazioni, di apostrofi e domande retoriche. Del resto è un’ode pindarica e pure irregolare. Qui la lingua si intreccia con i sensi, si lega alla vista e all’udito ma si contrappone al mondo dell’immaginazione, un mondo ideale, in cui tutto è una sublime e perfetta rappresentazione e manifestazione dell’arte.
Un’arte pura, bella così com’è.

Ode su un’urna greca. Strofa I:
la narratrice

Tu, ancora inviolata sposa della quiete,
Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio,
Narratrice silvana, tu che una favola fiorita
Racconti, più dolce dei miei versi,
Quale intarsiata leggenda di foglie pervade
La tua forma, sono dei o mortali,
O entrambi, insieme, a Tempe o in Arcadia?
E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose?
Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata?
E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia?

Keats si rivolge direttamente a un’antica urna greca, abbandonata e lasciata per lunghi secoli inviolata, non toccata, nel lento e inesorabile scorrere del tempo, immersa nella quiete, nel silenzio dell’oblio e dimentica del mondo. Quest’urna però, non è un’urna come tutte le altre. È speciale, racconta una storia. Racconta una favola antica e silvana: una pastorale. E lo racconta in modo dolce, delicato, molto meglio di come lo stesso Keats potrebbe raccontarlo a secoli di distanza. Racconta una storia fatta di vita, di uomini e donne che si incontrano e si scontrano, di cembali, tamburi e flauti che compongono una melodia allegra, felice, ebbra.

Ode su un’urna greca. Strofa II:
gli amanti

Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci
Ancora son quelle inascoltate
. Su, flauti lievi,
Continuate, ma non per l’udito; preziosamente
Suonate per lo spirito arie senza suono.
E tu, giovane, bello, non potrai mai finire
Il tuo canto sotto quegli alberi che mai saranno spogli
;
E tu, amante audace, non potrai mai baciare
Lei che ti è così vicino
; ma non lamentarti
Se la gioia ti sfugge: lei non potrà mai fuggire,
E tu l’amerai per sempre, per sempre così bella.

E sembrano dolci quelle melodie, ma lo sono ancora di più quelle che non è possibile ascoltare perché restano ancora più belle e più dolci se solo immaginate. Questa è una cosa da romantici, quelli veri, quelli che riescono a vedere oltre il velo della realtà o, forse, quelli che ascoltano un’altra voce, perché della realtà non sanno più che farsene. Ed ecco che qui inizia la storia.
Ci parla di due giovani, la nostra urna. Sono belli e sono perfetti e stanno per vivere un attimo eterno, quello di un bacio, forse il primo. 
C’è tensione, c’è emozione, c’è sensualità, c’è intesa, c’è chimica. 
C’è tutto. 
Ma c’è un grande problema. 
È un bacio che non ci sarà mai. Sono lì. Si guardano. Si cercano ma non potranno mai toccarsi, non potranno mai compiere quell’atto perché sono fissati per sempre nell’eternità di un freddo marmoGiovani e belli per sempre, di una giovinezza che non potrà mai sfiorire come nella realtà, ma non potranno mai incontrarsi, toccarsi, viversi. Ci sono pochi e insignificanti centimetri a dividerli ma sono due pianeti distinti e separati. Sono due rette parallele, destinate a vedersi ma non incontrarsi mai.

© Mr.W_ Gli Amanti

Ode su un’urna greca. Strofa III:
la natura

Ah, rami, rami felici! Non saranno mai sparse
Le vostre foglie, e mai diranno addio alla primavera;
E felice anche te, musico mai stanco,
Che sempre e sempre nuovi canti avrai;
Ma più felice te, amore più felice,
Per sempre caldo e ancora da godere,
Per sempre ansimante, giovane in eterno.
Superiori siete a ogni vivente passione umana
Che il cuore addolorato lascia e sazio,
La fronte in fiamme, secca la lingua.


E poi ci sono le piante, fisse anche loro in questo tempo eterno, in questa eterna primavera.
E anche il musico, il cantore, non sarà mai stanco, troverà sempre nuove melodie. E l’amore, l’amore sarà giovane per sempre, sempre caldo e anelante di desiderio. È un amore dieci, cento, mille volte superiore a quello vero, a quello reale. La vera verità è che nella realtà l’amore fa male, spezza di cuore e lascia sempre quel residuo di dolore, di sofferenza, di tormento e amarezza lì, a depositarsi e sedimentare, indurendosi in modo lento ma inesorabile. L’amore che t’immagini però, è sempre perfetto. Sempre caldo e accogliente. È un luogo sicuro. Il tuo luogo sicuro.

© Mr.W_ L’albero e io e tu?

Ode su un’urna greca. Strofa IV:
il sacrificio

E chi siete voi, che andate al sacrificio?
Verso quale verde altare, sacerdote misterioso,
Conduci la giovenca muggente, i fianchi
Morbidi coperti da ghirlande?
E quale paese sul mare, o sul fiume,
O inerpicato tra la pace dei monti
Ha mai lasciato questa gente in questo pio mattino?
Silenziose, o paese, le tue strade saranno per sempre,
E mai nessuno tornerà a dire
Perché sei stato abbandonato.

Stacco. Cambio scena. Di contorno, ma serve a farci capire il quadro generale. Del resto l’urna è fredda, è inanimata. E la voce di Keats ci parla e cerca di farci capire un messaggio fondamentale. Quello dell’eternità. Qui un sacerdote sta conducendo una giovenca inghirlandata di fiori al sacrificio per gli dei ma tutto resta fermo lì: è un’allusione e un’illusione del sacrificio rituale che evoca un mondo lontanissimo nello spazio e nel tempo, intangibile e immutabile, in cui, addirittura, il mattino diventa pio in quanto manifestazione ed emblema della pietas latina. È un mondo disabitato, quello di cui ci parla Keats, ma è l’unico mondo in cui questo sacrificio incompiuto può vivere e morire. 

Ode su un’urna greca. Strofa V:
la bellezza e la verità

Oh, forma attica! Posa leggiadra! con un ricamo
D’uomini e fanciulle nel marmo,
Coi rami della foresta e le erbe calpestate –
Tu, forma silenziosa, come l’eternità
Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale!

Quando l’età avrà devastato questa generazione,
Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori
Non più nostri, amica all’uomo, cui dirai

Bellezza è verità, verità bellezza,” – questo solo
Sulla terra sapete, ed è quanto basta.

E a questo mondo, quello antico e lontano della Grecia Attica, quello presente di Keats, il nostro e probabilmente quello dei nostri figli, solo l’urna può sopravvivere. Noi, le nostre vite, i nostri bisogni e i nostri sogni, tutto quello che ora ci sembra così reale, verrà inesorabilmente cancellato dal trascorrere del tempo. 
L’urna però continuerà a vivere anche dopo di noi. 
L’amore di quei ragazzi continuerà a vivere anche dopo di noi.
La giovenca sarà sempre sul punto di essere sacrificata ma non morirà mai.
Il musico continuerà per sempre a suonare
E sarà sempre un’eterna primavera.

© Renè Magritte_ Golconda

Ode su un’urna greca è l’ideale di bellezza di John Keats

Bellezza è verità, verità bellezza”.

È solo questo quello che resta, una contemplazione della bellezza ideale, bloccata in eterno in un’urna, perfetta e immutabile nel tempo. La bellezza per Keats è un valore etico per l’uomo: la ricerca della bellezza coincide con la scoperta della verità, l’unica intellegibile per l’essere umano e mortale. Ed è qui che riecheggia la lezione greca, quell’ideale antico connubio perfetto di etica ed estetica:

καλὸς καὶ ἀγαθός
bello e buono

È l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. Per i greci la bellezza non corrispondeva a ciò che intendiamo noi oggi, una mera forma estetica, ma ricopriva ogni aspetto umano, dall’estetica al modo di essere, a quello di comportarsi, di pensare. Ed è per questo che un uomo bello non poteva non essere buono. Ed è per questo che in maniera estremamente romantica Keats rincorre la bellezza, perché attraverso l’arte riesce a fissarsi in una forma immodificabile anche dal tempo e a identificarsi quasi. È una bellezza vitale, giovanile, piena e gioiosa quella di cui ci parla. 
C’è un problema però. È tutta una finzione. È bello solo perché è così che viene immaginato e contemplato. È bello perché è nostalgico. È bello perché quello che c’è al di fuori della realtà che viviamo è quasi sempre meglio di quello che abbiamo. È bello perché ci consola dalle delusioni della vita.

John Keats e la negative capability

È la negative capability quella di cui ci parla Keats. In pratica è la capacità di restare nell’incertezza e nel dubbio senza voler per forza raggiungere la ragione, presentando versi situazioni ambigue, vaghe, misteriose e anche paradossali. È un analgesico per il dolore, forse l’unico che possiamo provare. Del resto, il più delle volte, è meglio non sapere che sapere, perché se non sai non puoi restarci male, non puoi soffrire.
Però forse, un po’ di sofferenza serve, a crescere se non altro. Quei due giovani, fermi lì in eterno, così perfetti e così duraturi non potranno mai crescere insieme. Non potranno mai uscire dalla bolla in cui vivono. Non potranno mai andare avanti ed evolvere. 
Sono perfetti, ma incompleti.
Sono perfetti, ma non hanno una propria dimensione da vivere, non hanno uno spazio loro. Non avranno mai la possibilità di realizzare i propri sogni, di sbagliare e di rialzarsi e ricominciare tutte le volte che vorranno. Non avranno neanche la possibilità di parlarsi ma solo di guardarsi negli occhi. Ed è strano perché, un po’ di secoli dopo, è questo che vorremmo nella vita vera, o almeno qualcuno di vorrebbe. Essere una parallela che corre dritta senza incrociare mai la strada di nessuno. Una parallela che guarda le altre parallele. Le vede, le ascolta, ma non si lascia toccare da nulla. 

John Keats, l’eternità e i Negrita

Solo che non è vero che non ci tocca nulla. È impossibile. E i Negrita, a secoli di distanza, ci raccontano una storia. Ed è un po’ come quella dell’urna di Keats. Solo che quella fissità, quell’eternità, quell’immutevolezza cambia. Si evolve. E tutto parte con una semplice chiacchierata, con dei piccoli tasselli che vanno al proprio posto. Con i centimetri che diventano millimetri fino a consentire ai due giovani di toccarsi l’anima.

Seduti in macchina a parlare
Mentre vivi la luce che al mattino scompare

Questa è l’ora giusta per sognare
Quando le frasi vengon fuori da sole.

Sembra che tutto possa essere più semplice allontanandosi da quel freddo marmo e sembra quasi di riuscire a dire parole che prima non si potevano dire.

E dico le cose che non sapevo dire
Che strana la vita basta un po’ di calore

Seduti in macchina a parlare
Sul vetro due gocce come fosse un bicchiere
Un bicchiere grande che ci guardi dentro
E che niente nasconde tranne questo momento.
Lontani dal mondo lontani abbastanza
Vorrei restare qui
Vorrei vivere qui per sempre qui
E continuare così.

È una fissità diversa questa. C’è una direzione, un obiettivo più o meno comune. Le parallele sono diventate perpendicolari. C’è stato lo scontro, ci sono stati i fuochi d’artificio ed è stato stupefacente. È stato un attimo. Ma quel momento sembra possa durare per sempre. O, almeno, così sembra in quella macchina. 

Il sublime degli attimi senza tempo

E allora, ora, dopo tutto questo giro infinito di parole, riavvolgiamo il nastro.
È una notte con una luce strana.
State parlando.
C’è la musica di sottofondo.
Il tempo si ferma. 
Lui si ferma.
Tu ti fermi.
Le parole si fermano.
Ma la musica continua a scorrere.
Siete tu e lui.
E il divano. Le sedie. Il balcone.
Il letto. La scrivania. Il pavimento.
Il tempo si è fermato in un attimo. Un attimo che in realtà è perfetto.
E allora ti chiedi se, in fondo, quell’attimo non sia davvero una parte di eternità.
Però poi lui torna a parlare. Senti la sua voce e lo segui e ti sembra che, almeno per un attimo, quelle parole ti abbiano davvero sfiorato l’anima.
Ed è lì che ti chiedi se sia più giusto vivere come un’urna, non facendosi mai toccare da nulla, o se farti travolgere da quello che stai sentendo.
O se, forse, non ti convenga vivere un eterno presente fatto di infiniti attimi fuggevoli.
Proprio come questo.

© Marc Chagall_ In due alla finestra

A quelli che vivono lontano dal mondo.
Ai romantici. 
E quelli che ancora non sanno di esserlo.

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