Alberto Manzi, il maestro disobbediente che educava a pensare

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Alberto Manzi, il maestro disobbediente che educava a pensare

Dall’incontro con i ragazzi del carcere minorile al successo in TV, passando per la scuola elementare: la storia del maestro pioniere di una didattica inclusiva che, negli anni Sessanta, contribuì all’alfabetizzazione del Paese. In eredità ci lascia l’insegnamento più importante: non è mai troppo tardi per imparare.

Alberto Manzi – Non è mai troppo tardi: la Tv si fa buona maestra 

È il 15 novembre 1960 quando la Rai trasmette la prima puntata del programma Non è mai troppo tardi, introdotto al pubblico come corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta.

Alla conduzione c’è il maestro Alberto Manzi, uomo di grande intuito e con spiccate doti comunicative. 
Ha poco più di trent’anni, è laureato in biologia e in pedagogia, e il suo modo di fare scuola è innovativo. 

Anche grazie a lui, quasi un milione e mezzo di italiani riuscirà a ottenere la licenza elementare. 

Alberto Manzi: il diritto all’istruzione, per tutti

Imparare a leggere e a scrivere. 
Imparare a pensare con la propria testa. 
Questo è il vero coraggio. 

Partiamo dall’inizio. 

Roma, 1946. Diplomato all’istituto magistrale, accetta una “cattedra” che non vuole nessuno, all’Istituto di rieducazione e pena “Aristide Gabelli”. Qui la prima esperienza come maestro.

Senza libri, matite, quaderni deve ingegnarsi per fare lezione a circa 90 ragazzi, di età compresa tra i 9 e i 17 anni. Ragazzi difficili, molti dei quali analfabeti, scettici in prima battuta, per i quali diventa ben presto una figura su cui poter contare.

Manzi presta attenzione ai loro bisogni, li ascolta e basa le lezioni su dialoghi costruttivi che li aiutino a diventare cittadini liberi e pensanti.

Conquistata la fiducia dei giovani carcerati, maestro e “classe” diventano un gruppo coeso e dopo qualche mese fanno uscire il primo numero del giornalino del carcere: “La Tradotta”.

Alberto Manzi. Educare a pensare: un nuovo modo di fare scuola 

Tra le mura del carcere minorile prima, come maestro di scuola elementare poi, Manzi sperimenta un nuovo modo di fare scuola, non più basato sulla trasmissione passiva di nozioni, ma sulla partecipazione attiva degli alunni. 

Il suo modo di educare non consiste infatti nell’infondere saperi precostituiti da imparare a memoria, ma nel fornire gli strumenti necessari per permettere a ognuno di coltivare un’autonomia di pensiero. 

Educa a pensare, stuzzica la curiosità dei bambini e trasmette loro la voglia di imparare. 
Vuole che si pongano delle domande, che cerchino di capire, che ascoltino e che riflettano. 

Spero che abbiate capito quel che ho cercato sempre di farvi comprendere: NON RINUNCIATE MAI, per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione, AD ESSERE VOI STESSI.
Siate sempre padroni del vostro senso critico, e niente potrà farvi sottomettere.
Vi auguro che nessuno mai possa plagiarvi o “addomesticare” come vorrebbe.”

(Lettera del maestro Manzi ai suoi alunni di V elementare, 1976)

Un apprendimento basato sull’esperienza

I metodi di insegnamento non convenzionali di Manzi comportano l’adozione di nuovi strumenti didattici: non solo libri di testo, ma soprattutto esperienze che favoriscano l’acquisizione di nuove competenze. 
L’esperienza è lo strumento complementare inclusivo con il quale rende l’alunno protagonista delle lezioni.

Perciò avanti serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello SEMPRE in funzione; con l’affetto verso tutte le cose e gli animali e le genti che è già in voi e che deve sempre rimanere in voi; con onestà, onestà, onestà, e ancora onestà, perché questa è la cosa che manca oggi nel mondo e voi dovete ridarla; e intelligenza, e ancora intelligenza e sempre intelligenza, il che significa prepararsi, il che significa riuscire sempre a comprendere, il che significa riuscire ad amare, e… amore, amore.”

(Lettera del maestro Manzi ai suoi alunni di V elementare, 1976)

Partendo dalle conoscenze già acquisite del bambino, mette l’intera classe di fronte a delle situazioni, così da sollecitarne la curiosità, così da indurre il gruppo a osservare, riflettere, analizzare, confrontarsi, porsi domande e darsi rispose. 

L’obiettivo ultimo? Formare adulti che sappiano usare la testa e che riescano a comprendere il mondo. 

L’insegnamento è l’arte di rispettare i tempi di ognuno.
Fa quel che può. Quel che non può, non fa.

I bambini, i ragazzi, devono quindi sperimentare ed esprimere liberamente il proprio parere, senza temere di essere giudicati. 

Probabilmente temono di dire ciò che pensano per paura di un brutto voto. Ma perché classificare uno studente, che sta imparando, con un voto? Perché basarsi sugli schemi di valutazione, imposti dai programmi scolastici, che sembrano sancire, proprio attraverso un voto, il valore di un bambino?

Nelle pagelle di Manzi esiste solo un “giudizio” apposto con un timbro prima e a mano poi: Fa quel che può. Quel che non può non fa.

Su ventisei ragazzi che avevo in classe, quindici avevano grossi problemi e quattro ne avevano di enormi. Quando nacque la storia delle schede, io dovevo dire che cosa erano questi ragazzi. 
Io dissi al direttore: “Ma non te lo scrivo perché io faccio una cosa che è valida in questo momento, ma questo documento rimane. Ma perché lo devo bollare?”
Finito. Quattro mesi senza stipendio. 
La cosa buffa è che l’anno successivo io le schede le dovevo fare, ma io non le ho fatte. 
Mi feci fare un timbro con la scritta “fa quel che può, quel che non può non fa.”

(Citazione tratta dai documenti consultabili al sito www.centroalbertomanzi.it) 

La decisione di compilare le schede di valutazione in questo modo singolare sarà uno dei motivi che lo porterà a scontrarsi con chi aveva un’idea ben precisa dell’insegnamento scolastico, un’idea che non dava spazio a proposte di riforma. 

Siamo in un tempo non ancora maturo per certi cambiamenti e il pensiero innovativo di Manzi gli costerà non pochi problemi con il provveditorato, tanto che finirà sette volte davanti alla commissione disciplinare. 

Alberto Manzi. Il successo televisivo 

(La televisione) è uno strumento valido se mette in moto l’individuo, se lo spinge, cioè, a ‘fare’ dato che ogni nostro concetto deriva dall’esperienza. 

Ma se abbiamo solo una conoscenza derivata dalla semplice informazione, diventiamo ripetitori di ‘cose’ e non creatori in noi stessi di cultura.”

E arriviamo alla fine del 1960 e a quel provino in Rai che, andato a buon fine, lo avrebbe reso maestro degli italiani, di quella larga fascia di popolazione che non aveva avuto l’opportunità di imparare a leggere e a scrivere.

Manzi sa come attirare attenzione. Capisce che se si fosse seduto dietro a una cattedra e avesse iniziato a spiegare la lezione, come se fosse stato in classe, i telespettatori si sarebbero annoiati. Dopotutto, il pubblico da conquistare è un pubblico che segue i programmi televisivi di intrattenimento e anche la scuola deve suscitare interesse. 

Ancora una volta fa di testa sua: niente copioni da recitare, ma pura e semplice spontaneità supportata da disegni, filmati e dimostrazioni pratiche. Risultato? Il maestro disobbediente che educava a dubitare e ragionare aiuterà quasi un milione e mezzo di italiani a ottenere la licenza elementare.

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