La morte di Giovanni Gastel, il valore dell’hic et nunc e dell’unicità

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La morte di Giovanni Gastel, il valore dell’hic et nunc e dell’unicità

“Gli artisti vivono nella loro bolla, nella loro creatività, staccati dal reale. La vecchiaia ti fa filtrare la vita reale tra le fessure del tuo nascondiglio, dei tuoi muri di bellezza che ti sei costruito.

Sono a un bivio: o accetto la vita o ne esco definitivamente. Uscirne è difficile perché può portare anche alla follia”.

Poco tempo fa Giovanni Gastel pronunciava queste parole in una conversazione che merita di essere vista, ascoltata, sviscerata, studiata e tatuata nella mente e nel cuore di ogni artista e di ogni essere umano sensibile, interessato o meno alla fotografia.
Giovanni, celebre fotografo internazionale, poeta e nipote di Luchino Visconti, è morto ieri a Milano, a causa del Covid.
I social sono oggi un corteo di omaggi da parte di personaggi noti, così come di volti sconosciuti che hanno condiviso una foto, un aneddoto, un ricordo legato al suo passaggio nella loro vita; come se avesse vissuto tante vite, o come se avesse avuto la capacità di rendere indelebili i pochi minuti di compresenza sulla strada di qualcuno.

Un artista deve essere ciò che fa, se no l’opera è finta. Io non sono uno specchio, sono un filtro; con la mia cultura, il mio dolore, la mia gioia. Ogni creativo ed ogni essere umano dovrebbe lavorare sulla componente di diversità che lo contraddistingue e costruire di conseguenza la sua estetica”.

Giovanni cita Sant’Agostino, riflettendo sul fatto che se fossimo in grado di vivere ogni giorno con “lo slancio dei primi giorni” e “la consapevolezza dell’ultimo”, vivremmo una vita piena.

L’hic et nunc – il qui e adesso – mai come ora che iniziamo, di nuovo, un lockdown, è un monito che dovremmo ricordare a noi stessi ogni giorno, per non vivere in un limbo di apatia senza una data di fine, per non trasformare l’immobilità in passività, per non perderci nella rabbia o nella paura; per non rischiare di sprecare la nostra vita.

Non c’è una nessuna regola per diventare un autore. La regola è trovarsi, stare soli, piangere, star male, stare bene, avere attimi meravigliosi di estasi quando trovi “la” fotografia. È un po’ quello che i santi chiamano beatitudine. Dura pochissimo: 1/125 di secondo. Sento corpo e mente che hanno raggiunto lo scopo. Quella cosa lì vale una vita e allora la cerchi sempre”.

E non sta parlando solo di fotografia: “La vita è fatta di amore e qualche ricordo, tutto il resto è un gioco di società, come il Monopoli. La vita è da un’altra parte“.

Se la vostra quotidianità è troppo povera non l’accusate; accusate voi stesso che non siete abbastanza poeta da evocarne la ricchezza”. (Rainer Maria Rilke)

Ad Maiora,
il Sublimista

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© Manuela Masciadri
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