Radici e ali: nelle Langhe autentiche, tra vino, nocciole e storie di famiglia
C’è un Cedro del Libano che apre la strada verso il Barolo. È lì da oltre un secolo e mezzo, a La Morra, e custodisce le vigne come un guardiano saggio e premuroso. Il Cedro è stato piantato nel 1856; da luogo di ristoro per i ragazzi delle zone dopo una partita a pallapugno, è oggi simbolo di un territorio affascinante e carico di tradizione e di innovazione.
Lo si riconosce da lontano; osservandolo avvicinarsi sempre di più, si capisce di essere arrivati nelle Langhe.
Questo viaggio non è un viaggio alla ricerca di vini sublimi – non solo – è un viaggio per conoscere in profondità le anime delle persone che continuano a coltivare le colline sinuose di questi territori, le storie delle famiglie che hanno scelto di restare, e di quelle che hanno trasformato un’eredità in un nuovo progetto, guidati da piccoli gesti e grandi idee, che tengono insieme passato e futuro.
Perché qui tutto sembra parlare di radici, e, contemporaneamente, di ali.
“Ci sono due cose durature che possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali.” William Hodding Carter II
Mauro Tezzo, nato e cresciuto nelle Langhe e oggi General Manager presso il Relais Montemarino, guida questa scoperta come un Virgilio accogliente e appassionato: non indica soltanto la strada, ma insegna a guardare ciò che si incontra lungo il cammino.
I Vini dell’Agricola Marrone a La Morra: da storia di famiglia a realtà internazionale
Il paesaggio delle Langhe è molto lontano dall’essere solo una splendida cartolina. Entrando in una cantina e ascoltando i racconti appassionati delle persone che se ne prendono cura, ci si accorge che dietro quelle colline delicatamente disegnate, quei filari perfetti di viti e noccioleti, e quelle bottiglie che oggi vengono celebrate in tutto il mondo, c’è una storia fatta di lavoro, intuizioni, sacrifici e coraggio.
La prima tappa per scoprire la zona del Barolo è a La Morra. L’Agricola Marrone è guidata da una famiglia che ha attraversato generazioni di viticoltura senza smettere di guardare avanti. La storia comincia nel 1857, con il nonno di Gian Piero, che oggi la porta avanti insieme a “Mamma Giovanna”, arrivando alla sua quarta generazione, rappresentata dalle figlie Denise, Serena e Valentina.
La sensazione è quella di entrare in una casa di famiglia, che racconta la vigna con la stessa naturalezza con cui qualcuno potrebbe mostrare i cimeli custoditi dalla nonna: ogni bottiglia, ogni filare, ogni scelta ha una storia. E forse è proprio questa la caratteristica più interessante di queste Langhe: il vino non viene raccontato soltanto come prodotto, ma come conseguenza di un rapporto con la terra e tra le persone.
“Il vino buono viene da viti felici.”
Qui hanno scelto di essere innovatori, avanguardisti, seguendo l’idea che la terra non deve essere soltanto sacrificio; può essere anche gioia, bellezza, curiosità. Una filosofia che sembra tradursi nel passaggio dalla quantità alla qualità, dalla necessità alla scelta.
Durante la degustazione, menzione d’onore va a “La Pantalera“. E al bonet. Persino uno dei dolci più conosciuti del Piemonte può raccontare una verità meno rassicurante di quella delle “ricette tradizionali”: spesso la tradizione culinaria non è una ricetta immutabile, ma l’insieme delle varianti che ogni famiglia ha tramandato. C’è chi lo preparava con il rum, chi con il Fernet. Qui il tocco è il Barolo.
La cucina italiana, del resto, è piena di tradizioni che forse sono molto più recenti di quanto immaginiamo. È interessante, a questo proposito, ascoltare DOI – Denominazione di Origine Inventata, il podcast di OnePodcast che indaga proprio la storia della cucina italiana e sfata alcuni miti gastronomici. È proprio Mauro Tezzo – Virgilio a segnalarlo. Perché anche mangiare può diventare un modo per fare ricerca; e scoprire che ciò che chiamiamo “tradizione” è spesso una storia in continuo divenire.
Borgata Tezzo. Quando la terra diventa destino
Da una cantina internazionale, si prosegue tra i tornanti verso una realtà completamente diversa. Mauro sceglie di aprire le porte non ancora conosciute della realtà che la sua famiglia porta avanti nella Borgata che porta il suo nome, e nella quale il tempo sembra rallentare.
Il fratello di Mauro ha frequentato la scuola enologica per sei anni, ha rilevato l’azienda di famiglia e oggi la gestisce praticamente da solo. Ha scelto di non vendere bottiglie, ma di coltivare l’uva e conferirla a una cooperativa sociale della quale è socio. Qui non si trasforma il prodotto: si coltiva la terra. La differenza sembra piccola, ma racconta due modi molto diversi di intendere il rapporto con l’uva.
La collina appartiene alla famiglia Tezzo dalla fine dell’Ottocento e porta ancora i segni di una storia agricola nella quale il terreno non era semplicemente una proprietà, ma qualcosa da custodire e far lavorare. A 5 anni arriva come regalo una piccola zappa in miniatura; un regalo che oggi sembra quasi un rito di passaggio. Poi i ricordi delle nocciole raccolte una per una da terra, messe nel piccolo secchiello. Il lavoro nei campi che diventava gioco. La famiglia che si riuniva.
È difficile non chiedersi quanto ci sia di scelta e quanto, invece, di destino. Perché ereditare un mestiere significa ricevere qualcosa di prezioso, ma anche una responsabilità, e una domanda: ti piace davvero o senti di doverlo fare?
La terra non è mai stata sempre sufficiente a garantire tutto, così molti padri di famiglia lavoravano anche per la Ferrero, industria internazionale che ha dato lavoro a tante generazioni in tutte le Langhe.
Ed è forse questa una delle differenze più importanti rispetto all’immagine contemporanea delle Langhe: prima che diventassero una destinazione gastronomica internazionale, queste erano colline sulle quali si lavorava per vivere.
Relais Montemarino. Una visione che diventa un progetto di famiglia
La prima giornata di esplorazione termina al Relais Montemarino, una antico casale in pietra chiamato “Cascina Bagnolo”, risalente al 1800 e oggi trasformato in un relais con 27 camere, immerso nel verde e nel silenzio.
La storia di questo luogo comincia un po’ per caso e un po’ per intuizione. Una famiglia di imprenditori stava cercando noccioleti, quando si è imbattuta in quello che era in apparenza solo un rudere. Walter ne coglie il potenziale. Insieme a Patrizia e il figlio Andrea lo trasformano in un progetto di famiglia.
La scelta per il restauro è stata coerente e tutt’altro che scontata: toccare il meno possibile. La facciata in pietra di Langa è rimasta quella originaria. È un luogo nel quale l’ospitalità non sembra essere stata sovrapposta alla storia; sembra piuttosto esserne diventata una naturale continuazione.
Al Relais Montemarino si può trascorrere il pomeriggio in piscina, tra sole, grilli e silenzio.
Si può seguire una lezione di yoga o fare Team Building nella splendida veranda di vetro.
Ogni spazio sembra non chiedere nulla agli ospiti, se non di rallentare.
All’aperitivo arrivano le bollicine e la Toma — che qui si pronuncia “tuma” — un formaggio delle Langhe prodotto con latte di pecora, mucca o capra.
Per la cena al ristorante del Relais Montemarino non si possono non assaggiare i ravioli del plin alle erbette, fatti a mano con esperienza e amore.
“Senza impegno cosa fai?”
Non è una domanda, è il modo bello e pieno di stare al mondo che ci ricorda saggiamente Patrizia, tra un sorso di vino e l’altro.
In questa casa anche le stanze raccontano il lavoro di chi l’ha costruita e custodita. Alcuni dipinti sono stati realizzati da una ragazza che aveva lavorato al Relais Montemarino come addetta alle pulizie: un esempio semplice e bellissimo di vivere l’ospitalità contemporanea: far lavorare tutti, dare spazio ai talenti, anche a quelli più nascosti e meno celebrati. Trasformare una struttura ricettiva in un luogo nel quale le persone possano lasciare qualcosa di sé.
I tramonti e le notti a Montefiorino sanno di calma e natura. Fuori, le colline. Dentro e tutto intorno, il silenzio.
La sensazione è che il viaggio, fino a questo momento, non abbia raccontato soltanto il territorio, ma le persone che lo stanno preservando, costruendo e innovando.
Le Nocciole di Propi Bun. La tradizione senza nostalgia che diventa innovazione
Il giorno successivo cambia il profumo: dalla vigna si passa al noccioleto.
Propi Bun è un laboratorio agricolo nato nel 2016, nel quale le sorelle Michela e Chiara decidono di continuare il lavoro del padre, aggiungendo però qualcosa di nuovo: la trasformazione delle nocciole.
Il padre Filippo coltivava le Nocciole Piemonte IGP delle Langhe, vendendole solamente in guscio. Sono Chiara e Michela che scelgono di prendersene cura per trasformarle in qualcosa di più: prodotti creati con pazienza, determinazione e impegno. Ma soprattutto, è importante per loro sapere quale sarà il destino delle loro nocciole una volta raccolte dai loro noccioleti. E questo è forse il simbolo di amore e rispetto più grande per la propria storia.
Lo spazio intimo e curato di Propi Bun non sembra un laboratorio. Si respira l’atmosfera di una favolache si dovrebbe raccontare alle bambine per dire loro chi sono le vere principesse: giovani donne che creano magie nel mondo reale. Qui le nocciole smettono di essere soltanto una materia prima e diventano racconto. Si tostano, si lavorano, si trasformano in creme e baci di dama.
La raccolta, per Chiara e Michela, è anche un ricordo d’infanzia: una festa di famiglia alla quale partecipavano tutti, zii compresi.
È affascinante come, nelle Langhe, vino e nocciole sembrino raccontare la stessa storia da due prospettive diverse. Entrambi hanno bisogno di tempo. Entrambi dipendono dal clima. Entrambi sono legati alla famiglia. Entrambi sono diventati parte di un’identità territoriale che oggi il turismo cerca, fotografa e racconta. Ma qui emerge anche una consapevolezza importante: rispettare la tradizione non significa vivere nella nostalgia. Significa poterla trasformare per farla continuare a vivere.
Le sorelle Michela e Chiara hanno scelto di farlo in un momento in cui il cambiamento climatico sta rendendo più fragile anche questa agricoltura. La siccità, la mancanza di neve, e quindi di acqua che penetra lentamente nel terreno, sono problemi concreti per chi vive e lavora la terra.
Albaretto della Torre. La torre, il merluzzo e un modo diverso di fare turismo
L’ultima tappa di questo viaggio è nel punto più alto di tutti, ad Albaretto della Torre, un paese di circa 290 abitanti. Ilenia, classe 1989, che nella vita ha sempre lavorato nel turismo. Un giorno Ilenia vede la torre del paese e se ne innamora. E decide che bisogna fare qualcosa.
La torre medievale diventa così il centro di un progetto più ampio, SensoVia, nato per raccontare il territorio senza trasformarlo in un prodotto turistico senz’anima. Il progetto oggi mette insieme diversi luoghi del borgo: la torre, la chiesetta sconsacrata, la cantinetta, il giardino e altri spazi nei quali vengono organizzate degustazioni, merende, picnic, attività e incontri.
I 112 scalini accompagnano fino alla cima della torre, che si apre alla vallata e ad una vista spettacolare sul Monviso. È una vista che ha qualcosa di raro: non è dominata da aree industriali, ma da colline, boschi e noccioleti. Ilenia prepara un cestino per la merenda, che si può degustare in cima alla torre in un momento privato suggestivo e fuori dal tempo. Anche questa atmosfera sa di favola da raccontare.
Sotto la torre, la vita di Albaretto scorre tranquilla, un paese legato alla Via del Sale e ai commerci che attraversavano queste montagne. Da qui nasce anche una delle tradizioni più curiose del borgo: il lancio del merluzzo. Una storia apparentemente surreale che oggi è diventata parte dell’identità locale e che SensoVia ha trasformato anche in un percorso dedicato ai cinque sensi. Nel 2026 è stato inaugurato proprio un itinerario ad anello di circa quattro chilometri, Alla ricerca del merluzzo, che attraversa natura, noccioleti e memoria del paese.
Ilenia racconta che negli anni nei quali ha lavorato alla Torre di Barbaresco, spesso erano i turisti a raccontarle episodi, storie e curiosità del territorio che lei stessa non conosceva. Questo le ha fatto sentire la responsabilità di comunicare in modo diverso. Lo trova comunque un paradosso bellissimo: chi arriva da fuori può restituire agli abitanti un’immagine diversa del luogo nel quale sono cresciuti. Ed è così che il turismo, quando funziona davvero, non è soltanto qualcosa che il territorio offre al visitatore; è uno scambio, un valore aggiunto per entrambi.
Il senso del viaggio: radici che restano, ali che volano
Si salutano le Langhe lasciandosi alle spalle il Cedro del Libano e ascoltando Mauro Tezzo – Virgilio che invita a leggere La Malora di Beppe Fenoglio per capire davvero storia e origini di queste colline e delle loro persone.
Mauro Tezzo
Oggi queste stesse colline hanno imparato a raccontarsi in un altro modo, senza dimenticare da dove vengono. Forse è proprio qui il senso di queste Langhe: avere radici profonde, ma continuare a cercare le proprie ali.
“Ci sono due cose durature che possiamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli: le radici e le ali”.” William Hodding Carter II
Questo viaggio è stato soprattutto un incontro con le persone, con le loro storie e con il loro modo di custodire e reinventare questa terra. – Le sorelle che raccolgono l’eredità della famiglia e decidono di trasformarla e innovarla. – La famiglia che continua a coltivare la collina perché quella è la sua storia, anche quando potrebbe scegliere una strada diversa. – Un’altra che trasforma un rudere in una casa aperta agli ospiti, senza cancellarne le tracce. – Un’altra ancora che trasforma una piccola azienda vinicola in una realtà internazionale. – Una giovane donna che guarda una torre e decide che non può rimanere solo una torre.
Sono tutte storie diverse. Eppure hanno qualcosa in comune: la consapevolezza che ereditare non significa conservare tutto com’è, significa scegliere cosa portare avanti con rispetto, consapevolezza, coraggio e creatività.
È forse questa la differenza fra nostalgia e memoria: la nostalgia guarda indietro, la memoria guarda anche avanti, per capire dove andare. Ed è proprio per questo che, quando si riparte, le Langhe restano addosso. Non soltanto nel profumo del vino e nel gusto della nocciola dei baci di dama di Propi Bun, che non sopravvivono alla fine del viaggio di rientro, ma nella sensazione di aver incontrato un luogo che continua a scegliere chi vuole diventare.
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