Tentativi di cancellare le persone LGBT con le “teorie riparative”

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Tentativi di cancellare le persone LGBT con le “teorie riparative”

Rivolte alle persone LGBT, tentano di reprimere la loro identità. Teorie tristemente ancora attuali sia per le persone omosessuali, sia per altre soggettività sotto l’ombrello rainbow: bisessuali, pansessuali, non binary e transgender. Dal cinema alla psicanalisi, ce le spiega un autore d’eccezione.

Foto copertina: “Boy Erased – vite cancellate,” diretto da Joel Edgerton. Théodore Pellerin, Xavier, e Lucas Hedges, Jared.

Teorie riparative, cosa sono: un inquadramento storico

Le terapie di conversione o riparative, dette anche di “riorientamento sessuale” sono pratiche non scientifiche che hanno lo scopo di convincere le persone omosessuali ad avere comportamenti eterosessuali o quantomeno a rinunciare ai comportamenti omosessuali.
Per un inquadramento storico della patologizzazione dell’omosessualità, dobbiamo risalire ad un movimento di sessuologi che operava in Europa a fine ‘800. 

Psichiatria e disturbi mentali. Cosa ne pensava Freud dell’omosessualità

Meno patologizzante fu invece il punto di vista di Freud, il quale non considerava l’omosessualità innata (parla di bisessualità innata), ma conseguente ad un “complesso di Edipo” non risolto. Tuttavia, Freud non considerava l’omosessualità una malattia, e lo si evince da una risposta data alla madre di un ragazzo gay, interessata alla possibilità di conversione del figlio, a cui Freud risponde «l’omosessualità di sicuro non è vantaggiosa ma non c’è niente di cui vergognarsi, nessun vizio, nessuna depravazione, non può essere classificata come una malattia».

Erano anni in cui la psichiatria trasformò le persone omosessuali, maschi e femmine, in cavie per esperimenti sul corpo con l’obiettivo di “eliminare” la loro omosessualità: rimozione dei genitali, sterilizzazione, somministrazione di ormoni atti a “femminilizzare” le donne lesbiche e “mascolinizzare” gli uomini gay, elettroshock, lobotomia, ipnosi.

Tra la morte di Freud e i moti di Stonewall, le teorie di conversione hanno i tre decenni d’oro. Sfruttando il fatto che la prima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM – 1) indicava l’omosessualità tra le malattie, i “riparatori” sottoponevano persone omosessuali e bisessuali a psicoterapia e terapia di gruppo allo scopo di inibire i comportamenti omosessuali. I tanto acclamati risultati positivi (un presunto 50% di successo), e le statistiche pubblicate negli anni ‘60, vennero però smentite da uno degli stessi studiosi che anni prima le aveva pubblicate, Martin E. P. Seligman, il quale ammise che si trattava di uomini già bisessuali, che avevano semplicemente deciso di reprimere i comportamenti omosessuali.

Saffo e Erinna nel Giardino di Mitilene, dipinto di Simeon Solomon, 1864
Saffo ed Erinna nel Giardino di Mitilene, dipinto di Simeon Solomon, 1864

17 Maggio 1990: l’OMS dichiara che l’omosessualità non è una patologia

Nel 1990, e precisamente il 17 Maggio (festeggiato ogni anno come International Day Against Homophobia, Biphobia, Transphobia, IDAHOBIT), l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, depatologizza l’omosessualità, e seguono, dal 1999, delle iniziative per vietare le terapie riparative.

Nel 2010 in Italia è stato pubblicato un documento sottoscritto da psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione per condannare ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, affermando che “qualunque trattamento mirato a indurre il/la paziente a modificare il proprio orientamento sessuale si pone al di fuori dello spirito etico e scientifico” e persino Tonino Cantelmi, nello stesso anno, presidente dell’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, sostenne che le teorie riparative non erano praticabili ed erano riprovevoli.

“Boy Erased – Vite cancellate” e “I am Michael”: il cinema porta sullo schermo storie vere

Per chi volesse approfondire il tema, il cinema offre dei bellissimi esempi, tra cui il film del 2018 “Boy Erased – vite cancellate”, che racconta la storia di un ragazzo, proveniente da una famiglia conservatrice (il padre è interpretato da Russell Crowe), che viene mandato in una clinica e sottoposto alle teorie riparative, ma la famiglia si ricrede sul “trattamento” quando un amico del figlio, anche lui ricoverato, si uccide. Il film mostra le “torture” a cui questi ragazzi, e ragazze, venivano sottoposti.

Boy Erased Vite cancellate locandina del film
“Boy Erased – vite cancellate,” diretto da Joel Edgerton, 2018.

Un altro film interessante è “I am Michael”, con James Franco nel ruolo di un attivista gay (fondatore della Young Gay America), leader carismatico, che viene avvicinato da una comunità religiosa, che lo spinge alle teorie riparative, di cui diventa promotore, diventando pastore mormone e sposando una donna.

I am Michael locandina del film trailer italiano
“I am Michael”, Justin Kelly, 2015.

Teorie riparative in Italia e tentativi di promozione: dalle Associazioni a Sanremo

In Italia, le teorie riparative si diffondono indisturbate, nonostante le dichiarazioni della comunità scientifica, in ambienti di fondamentalismo e integralismo religioso.
Così come una donna che digita sul web parole come “aborto” o “interruzione di gravidanza” finisce automaticamente in siti civetta di associazioni anti-abortiste, allo stesso modo i siti legati alle teorie riparative si mimetizzano tra quelli legati all’esaltazione della dignità delle persone LGBT.

E così può diventare facile confondere l’associazione Agedo, di genitori di persone LGBT, per i diritti e la dignità di figli e figlie, con Agapo, associazione che ufficialmente promuove l’integrazione dei figli omosessuali, ma poi si oppone al disegno di legge Zan, alle istanze del movimento LGBT, soprattutto relativamente alle famiglie omogenitoriali e alle persone transgender.

Nel 2009, si classifica seconda, al Festival di Sanremo, la canzone chiamata “Luca era gay”, interpretata da Povia. Per un ascoltatore disattento, è solo una canzone che potrebbe raccontare il percorso di sperimentazione di un ragazzo che fa prima delle esperienze omosessuali, e poi trova l’amore in una donna. Del resto, succede anche il contrario, no?

Ascoltando il pezzo con attenzione, invece, viene narrato il disprezzo per la vita delle persone LGBT, descritta tramite stereotipi relativi alla promiscuità, all’instabilità, alla mancanza d’amore, e l’esaltazione del comportamento eterosessuale e della famiglia tradizionale. 
Il Luca della canzone parrebbe ispirato a Luca di Tolve, che si definisce “ex gay”, e propone corsi, “rivolti – come si legge sul suo sito –  a tutti (non solo persone con pulsioni omosessuali) coloro che sono in difficoltà col proprio orientamento sessuale e per questo ne soffrono”.

Il pericolo di incappare nelle terapie riparative per giovanissimi e per gay cristiani, e le realtà che
contrastano questo problema

C’è molta propaganda, in materia, non sono in Italia. Alcune persone prestano il loro volto a dei “meme” che descrivono il “prima e dopo”, descrivendo una vita infelice e dedita alla promiscuità quando ancora vivevano come persone LGBT, e una vita serena e dedita agli affetti familiari dopo la decisione di reprimere l’omosessualità.

Le teorie riparative sono ancora un problema, soprattutto per quanto riguarda i minori, provenienti da famiglie tradizionaliste, e gli adulti omosessuali cristiani che sognano di essere inclusi dalla Chiesa e farebbero di tutto perché fosse possibile.
Allo scopo di accogliere queste persone, senza costringere a rinnegare il loro essere persone omosessuali, sono presenti, in Italia e nel mondo, molte realtà. Molte di queste sono segnalate dal portale del Progetto Gionata, dedicato a “fede ed omosessualità”.

Tra queste, merita di essere citata una realtà importante e longeva, presente da oltre trent’anni, e che include le persone omosessuali cristiane: Il Guado, nato dall’iniziativa di alcuni attivisti tra cui Gianni Geraci, ancora attualmente attivista del circolo.

Oltre alle teorie riparative, psicoterapeuti disinformati,
non specializzati, e in malafede

Oltre alle terapie che sono “riparative” in modo ufficiale, perché agli studi di Joseph Nicolosi ed altri “riparatori” fanno riferimento, in Italia c’è anche il problema dei terapeuti che “riparatori” lo sono di fatto, perché in psicoterapia portano tutti i loro pregiudizi e ideologie sul tema, o semplicemente sono ignoranti relativamente alle tematiche LGBT.

Questo, che succede sempre meno per quanto riguarda i e le “pazienti” omosessuali, continua a riguardare, ad esempio, le persone bisessuali, condizione spesso poco compresa ed inclusa (alcuni terapeuti trattano ancora la bisessualità come una fase di indecisione a cui deve seguire una “scelta”), anche se negli ultimi anni alcune associazioni a tema stanno facendo informazione sul tema, ma anche per persone pansessuali, asessuali e queer.

Persone transgender: le principali vittime oggi

Un altro problema riguarda le persone, anche giovanissime, che si stanno interrogando sull’identità di genere, e hanno fatto coming out come transgender o non binary. Anche quando queste persone non sono, al momento, interessate ad un percorso medicalizzato, spesso incappano in terapeuti non preparati sul tema, e che hanno idee molto stereotipate sulla condizione transgender, e il loro approccio, spesso, finisce per essere “riparatore”.

Eddie Redmayne interpreta Lili Elbe in "The Danish Girl"
Eddie Redmayne interpreta la storia vera di Lili Elbe in “The Danish Girl”, regia di Tom Hooper, 2016.

Molti psicologi, inconsciamente e consciamente, pensano che la vita come persona transgender sia infelice, e che quindi la persona vada in tutti modi “salvata” da questo destino, e quindi non si approcciano al/alla paziente nel modo corretto. Spesso, non usano il nome che la persona ha scelto (fanno deadnaming), ma quello anagrafico. Si rivolgono alla persona transgender col genere grammaticale coerente col corpo, e non con quello richiesto dal/dalla paziente (misgendering). Fanno valutazioni estetiche sulla persona transgender, cercando di scoraggiarla al coming out se pensano che esteticamente non “sarebbe adeguata” (passing) rispetto ai canoni di bellezza e alle aspettative sociali, e non passerebbe inosservata.

“No Gender” e “Gender Critical”,
nuova frontiera delle teorie riparative

A volte, subentrano anche tematiche di “femminismo”. Se una terapeuta appartiene alla corrente “gender critical”, corrente che nega l’esistenza dell’identità di genere e la riconduce a ruoli e stereotipi, potrebbe, all’insaputa del/della paziente, provare a dissuaderla dall’intenzione di fare coming out come transgender, e provare a proporre un passo indietro.

Questo avviene ogni giorno a pazienti, adolescenti e non, che si affidano (o sono affidati dalle famiglie) a personale che crede qualificato (perché magari si tratta di terapeuti che si spacciano per esperti di adolescenti, ad esempio), ma che in realtà non lo è.

Tanti giovani ragazzi transgender female to male (di biologia femminile, che dichiarano un’identità di genere maschile), ad esempio, incappano in terapeute appartenenti al femminismo “gender critical” che cercano di far sì che loro si accettino come donna, dicendo che si tratta di misoginia interiorizzata e che l’identità di genere non esiste.
Se si tratta di minori, spesso i terapeuti “Gender critical” o “No gender” cercano di spingere scuola e famiglia a non usare il nome scelto dalla giovane persona transgender, e non rivolgersi alla persona col genere grammaticale che chiede, per favorire il passo indietro rispetto al coming out.

Etica Transgender Vs Transfobia

Eppure, come sostiene Laura Caruso, attivista di Acet, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgender –«Transessualità, transgenerità e non conformità/incongruenza di genere non sono più patologie mentali per l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Infatti, durante la 72° Assemblea Mondiale della Sanità (WHA), in corso dal 20-28 maggio 2019, l’OMS ha ufficialmente adottato l’undicesima revisione della classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari connessi (Icd-11), che entrerà in vigore il 1° gennaio 2022. A partire da tale data, l’incongruenza di genere rientrerà tra le condizioni della salute delle persona».

Nonostante questo, la stigmatizzazione sociale delle persone transgender in società, la transfobia, la possibilità concreta di esclusione dal mondo del lavoro, di vivere episodi di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, bullismo, mobbing, fa sì che le famiglie (famiglie anche illuminate, che sarebbero inclusive alla notizia di un figlio o figlia omosessuale), o la persona stessa, si lascino ingannare da argomentazioni “di pancia” e possano pensare che la vita da persona transgender sia così tanto soggetta ad ostacoli ed esclusioni sociali che un percorso “riparatore” sia la cosa migliore.

Conclusioni

Eppure, c’è ancora chi inorridisce all’idea che possano esistere psicologi che cercano di convincere un o una paziente a reprimere la sua omosessualità, mentre qualcuno, ancora, considera ragionevole un terapeuta che provasse a far riflettere una persona transgender sulla possibilità di reprimere la sua identità.

Se per le terapie riparative ormai c’è una forte e capillare informazioni per contrastarle, ciò ancora non avviene per le terapie che cercano di convertire chi rivendica identità meno note, come quella transgender e non binary.
Riflettendo, però, si capirebbe che non c’è nulla di diverso in un terapeuta che spinge una persona transgender a tornare a vivere come se non fosse transgender, e un terapeuta “riparatore” che propone esperienze sessuali etero ad un paziente gay.

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