Il viandante sul mare di nebbia: ode alla ricerca del Sublime

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Il viandante sul mare di nebbia: ode alla ricerca del Sublime

Il personaggio simbolo del Romanticismo ci mostra chi siamo e cosa cerchiamo. Da Beethoven a Bertolucci, da Seneca a Goethe, passando per l’arte dei Tarocchi: come diversi linguaggi hanno provato a spiegare perché esprimiamo desideri alla luna.

Che cos’è il Sublime?

Che cosa proviamo quando osserviamo un tramonto che colora con fiamme rosse il cielo di una grigia città? 

Che cosa proviamo quando intravediamo la prima fessura di luce uscire dall’acqua del mare all’alba di un nuovo giorno?

Che cosa proviamo quando, visitando terre lontane, la Natura intorno a noi ci avvolge con la sua sconosciuta immensità, che però sentiamo così familiare?

Che cosa proviamo quando, dal finestrino di un aereo, o sulla vetta di una montagna, osserviamo il mare di nuvole e nebbia sotto di noi, tra le quali immaginiamo di poter nuotare? Morbidezza e pace.

E la luna? Perché stare con il naso all’in sù, in una notte di stelle cadenti, ci porta a dare in custodia i nostri desideri più profondi al sorriso accennato della luna piena che, come un faro, sembra volerci sussurrare che esistono strade luminose per uscire dall’infinita vastità delle nostre tenebre? Un abbraccio rassicurante.

Quello che sentiamo in quei momenti è il riflesso di chi siamo, dell’esperienze che abbiamo vissuto nella nostra vita, delle persone che abbiamo amato e di quelle che ci hanno fatto del male; delle risate e delle lacrime che ci hanno accompagnato; dell’incanto di quei rari momenti eterni, che rimangono impressi nella nostra memoria.

E stiamo in silenzio, immobili, osservando, dando una tregua al nostro sforzo di voler trovare una spiegazione a tutto e al nostro desiderio di controllo sulla quotidianità – infantili illusioni – sentendo che siamo parte di qualcosa di più grande e più saggio di noi, che dovremmo imparare a rispettare e del quale dovremmo fidarci più di qualsiasi altra cosa, sentendoci in armonia con una sublime meraviglia che, non sempre, ha senso che venga capita. È sufficiente sentirla.

Chi ha dipinto il Viandante sul mare di nebbia. Caspar David Friedrich, autore del quadro simbolo del Romanticismo

Caspar David Friedrich (1774-1840) ha dipinto il Viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer) nel 1818. Diventato poi il simbolo di un intero movimento artistico e culturale, è l’apoteosi dell’idea dello sturm und drang (l’impeto e la tempesta raccontati dal Romanticismo tedesco).

L’infanzia di Friedrich non è tra le più serene: perde la mamma e due sorelle, e vede sprofondare il fratello sotto ad una lastra di ghiaccio, mentre pattinano insieme. Questo evento non sembra però danneggiare il suo legame con la Natura. 

Il momento storico nel quale vive, poco incentiva l’aspettativa di soddisfazioni personali, spingendo quindi molti artisti a ricercare conforto nella Natura e nell’Individualismo; li stimola a provare interesse per lo studio delle emozioni umane nella loro intima nudità e nella loro forza. 

Questo contribuisce a svilupparne la visione romantica, così come la conosciamo oggi. Contemplando l’infinito, gli artisti provano una sensazione al confine tra la paura e il piacere davanti alla maestosità della Natura e ai suoi momenti di potenza più intensa, come temporali e orizzonti sconfinati.

il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich il sublime e lo sturm und drang del romanticismo tedesco
© Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia. Olio su tela, 98,4 x 74,8 cm Hamburger Kunsthalle, Amburgo

Io devo stare da solo e sapere di essere solo per contemplare e sentire completamente la natura; devo abbandonarmi a ciò che mi circonda, devo fondermi con le mie nuvole e con le rocce per essere quello che sono. La solitudine è indispensabile per il mio dialogo con la natura”.
Caspar David Friedrich

Perché il Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich rappresenta tutti noi. Il suo bastone è quello di un saggio o di un matto? La risposta in due Arcani maggiori dei Tarocchi: l’Eremita e il Matto

Il viandante siamo noi. I capelli mossi dall’aria che ci tiene in vita ma che, allo stesso tempo, ci consuma. Il bastone che scegliamo come supporto per percorrere il nostro viaggio. 

Un bastone di amore, stabilità, di persone che ci fanno del bene, di saggezza appresa dalle lezioni che abbiamo imparato e delle cose buone che abbiamo fatto per gli altri. Come il bastone dell’Eremita (l’Arcano VIIII dei Tarocchi), è il sostegno sicuro del nostro viaggio nella ricerca della nostra identità, la nostra coscienza, il nostro spirito critico, la nostra capacità di metterci in discussione e accettare la crisi come trasformazione, abbracciando la solitudine come strumento di auto-conoscenza.

l'Eremita dei Tarocchi di Marsiglia Arcani Maggiori

Oppure può essere il bastone del Matto, l’eterno viaggiatore, l’unico Arcano dei Tarocchi senza numero, senza un posto fisso nel mondo, caratterizzato da una potente energia vitale, che può trasformarsi in un’esplosione di vita e di libertà assoluta, così come in un eterno vagare solitario senza meta.

il Matto dei Tarocchi di Marsiglia Arcani Maggiori

Anche il bastone del Matto ha un punto d’appoggio a terra. Dobbiamo però prestare attenzione a non usarlo come perno per ruotare sterilmente intorno a noi stessi, intrappolati nelle nostre limitazioni mentali, senza andare da nessuna parte, senza progredire. Questo accadrebbe qualora scegliessimo di vivere una vita vuota e superficiale, senza alcuna meta.

Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich. Homo viator, passeggiatore solitario o flâneur?

Il viandante ha una postura eretta, elegante, solida e fiera. Fiera di chi è, di quello che sceglie di essere, affrontando la paura con coraggio, il dubbio con la scelta e la cattiveria (che “è sempre una malattia”, Seneca) con l’arte e l’amor proprio.

Il viandante vaga per la vita preferendo le strade non battute, ricercando esperienze ed emozioni sublimi.
Sceglie in quali scorci fermarsi per riposare e in quali incroci rallentare per riflettere, senza fretta ma con costanza (festina lente); senza ansia ma con la consapevolezza che il suo cammino non è una gara, la competizione non esiste se non con se stesso, perché il suo percorso DEVE essere unico.
E più capirà che seguire la massa è apparentemente comodo ma profondamente castrante e frustrante, più sceglierà di non essere schiavo delle aspettative altrui, ma di capire cosa rende lui stesso felice davvero.

Il cammino che stiamo affrontando non ha nulla a che vedere con tutti gli altri, in cui sentieri precisi e le indicazioni precise forniteci dagli abitanti ci impediscono di sbagliare: sono proprio le strade più battute e più frequentate a trarci in errore.
Non c’è dunque nulla di peggio che seguire, come fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno tutti.
Niente ci invischia di più in mali peggiori che l’adeguarci al costume del volgo, ritenendo ottimo ciò che approva la maggioranza, e il copiare l’esempio di molti, vivendo non secondo ragione, ma secondo la corrente.
Sono gli esempi degli altri che ci guastano: solo se sapremo tenerci lontani dalla moltitudine, potremo salvarci
”.
Lucio Anneo Seneca, De vita beata, 58 d.c.

Possiamo scegliere di vagare come un turista, osservando il mondo con il filtro del distacco, senza provare compassione né empatia. 

Possiamo passeggiare in solitaria come ci racconta Rousseau:
Sono dunque solo sulla terra, senza fratelli, né parenti, né amici, né altra compagnia che me stesso. (…) Ma io, separato da loro, che sono io? Questo debbo ancora cercare”.
J. J. Rousseau, Le Fantasticherie del passeggiatore solitario, 1782.

Possiamo anche vagare come un flâneur baudelairiano, senza fretta, osservando cosa accade intorno a noi, provando emozioni per quello che vediamo e nel quale ci immedesimiamo.

Oscar Wilde ritratto dandy con bastone
Ritratto di Oscar Wilde, 1854-1900

Il viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich ci mostra dove dobbiamo cercare

Quando dovremo lasciare andare il nostro bastone alla fine del cammino, non sarà più appagante la sensazione di aver vissuto una vita piena e conforme alla nostra personalità, piuttosto che un’esistenza sprecata a compiacere gli altri?

Il viandante non ci dà le spalle: con la forza della sua postura evocativa, guardando dritto davanti a lui, ci mostra la visione che dobbiamo avere sul mondo, chiedendoci di immedesimarci in lui. 

Prendendo in considerazione le infinite possibilità che ci offre la vita, dobbiamo seguire il nostro intelletto e il nostro cuore per scegliere quelle che sentiamo più affini a noi. E se sbagliamo, meglio: avremo imparato una lezione che rende il nostro bastone più solido per continuare il viaggio.

Non commette errori solo chi non si mette in gioco, commettendo in realtà il più grande di tutti: non vivere.

Il viandante ci mostra che le emozioni di ciascun essere umano sono condizione dell’intera umanità, che siamo tutti uguali davanti alle scelte e che è nostra responsabilità l’azione consapevole. 

Heinrich Friedrich Füger, Prometeo ruba il fuoco, 1817
©Heinrich Friedrich Füger, Prometeo ruba il fuoco, 1817

Che cos’é il Sublime? I differenti linguaggi artistici che hanno provato a descriverlo

Sublime è il senso di sgomento che l’uomo prova di fronte alla grandezza della natura sia nell’aspetto pacifico, sia ancor più, nel momento della sua terribile rappresentazione, quando ognuno di noi sente la sua piccolezza, la sua estrema fragilità, la sua finitezza, ma, al tempo stesso, proprio perché cosciente di questo, intuisce l’infinito e si rende conto che l’anima possiede una facoltà superiore alla misura dei sensi“.
Immanuel Kant, Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime, 1989.

Giacomo Leopardi ha raccontato il Sublime in “Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia“: contemplando la luna, il protagonista si chiede chi siamo. Il suo pastore (come il viandante), viaggia per la vita alla ricerca di risposte, sempre con il naso all’in sù, sempre con la luna come guida. 

Così come ne “L’infinito”:

…Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura…
…Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare
“.
Giacomo Leopardi, L’Infinito, 1819

“Il compito dell’artista, non è la rappresentazione fedele dell’aria, dell’acqua, delle rocce, degli alberi: la sua anima e la sua sensibilità devono rispecchiarsi nella sua opera. Il compito di un’opera d’arte è riconoscere lo spirito della natura, comprenderlo, registrarlo e renderlo con tutto il cuore e il sentimento”.
Caspar David Friedrich

Johann Wolfgang Goethe ci ha tramandato I dolori del giovane Werther, mentre di Ugo Foscolo possiamo leggere Le ultime lettere di Jacopo Ortis.

Fryderyk Chopin lo ha trasportato in note con i suoi Notturni, mentre Ludwig van Beethoven con la sonata “Al chiaro di luna, 1801.

La sensualità del cinema, la poetica della letteratura, la suggestione della musica, l’estetica della fotografia, la potenza della scultura e l’intensità del disegno sono solo alcuni dei linguaggi che scegliamo per ricercare il Sublime e provare a raccontarlo, per assaporarne bellezza e significato.

The Dreamers Bertolucci scena vasca da bagno
Clip da “The Dreamers” di Bernardo Bertolucci, 2003

L’aspirazione al Sublime degli esseri umani

Osservare quello che ci mostra il Viandante, significa ricordarci di innamorarci del lato puro mondo, delle possibilità che ci offre, della vertigine di fronte alla magnificenza – che nella nostra vita proviamo almeno una volta la sindrome di Stendhal!

Un viaggiatore romantico è una persona che si perde nella contemplazione di fronte alla potenza dell’infinito e prova a descriverlo.

Un sublimista è una persona dedita alla ricerca del Sublime. Celebrando gli artisti e le loro opere, difende la libertà creativa ed espressiva volta alla ricerca della propria identità, al fine di rendere la vita di ciascun essere umano un’opera d’arte.

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